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Cantico
di Natale
(di Charles Dickens )
Lo spettro
di Marley
Marley,
prima di tutto, era morto. Niente dubbio su questo. Il registro
mortuario portava le firme del prete, del chierico, dell'appaltatore
delle pompe funebri e della persona che aveva guidato il mortoro.
Scrooge vi aveva apposto la sua: e il nome di Scrooge, su qualunque
fogliaccio fosse scritto, valeva tant'oro. Il vecchio Marley era
proprio morto per quanto è morto, come diciamo noi, un chiodo di
porta.
Badiamo! Non voglio mica dare ad intendere che io sappia molto bene
che cosa ci sia di morto in un chiodo di porta. Per conto mio, sarei
stato disposto a pensare che il pezzo più morto di tutta la
ferrareccia fosse un chiodo di cataletto. Ma poiché la saggezza dei
nostri nonni sfolgora nelle similitudini, non io vi toccherò con
sacrilega mano; se no, il paese è bell'e ito. Lasciatemi dunque
ripetere, solennemente, che Marley era morto com'è morto un chiodo
di porta.
Sapeva Scrooge di questa morte? Beninteso. Come avrebbe fatto a non
saperlo? Scrooge e il morto erano stati soci per non so quanti anni.
Scrooge era il suo unico esecutore testamentario, unico
amministratore, unico procuratore, unico legatario universale, unico
amico, unico guidatore del mortoro. Anzi il nostro Scrooge, che per
verità il triste evento non aveva fatto terribilmente spasimare, si
mostrò sottile uomo d'affari il giorno stesso dei funerali e lo
solennizzò con un negozio coi fiocchi.
Il ricordo dei funerali mi fa tornare al punto di partenza. Non c'è
dunque dubbio che Marley era morto. Questo mettiamolo bene in sodo,
se no niente di meraviglioso potrà scaturire dalla storia che son
per narrarvi. Se non fossimo perfettamente convinti che il padre
d'Amleto è morto prima che s'alzi il sipario, la sua passeggiatina
notturna su pei bastioni al vento di levante non ci farebbe maggiore
effetto della bisbetica passeggiata di un qualunque attempato
galantuomo il quale se n'andasse di notte in un posto ventoso - il
cimitero di San Paolo, poniamo - per il solo gusto di sbalordire la
melansaggine del proprio figliuolo.
Scrooge non cancellò dall'insegna il nome del vecchio Marley.
Parecchi anni dopo, leggevasi sempre sulla porta del magazzino: "Scrooge
e Marley". La ditta era nota per Scrooge e Marley. Seguiva a volte
che qualche novizio agli affari desse a Scrooge ora il nome di
Scrooge e ora quello di Marley; ma egli rispondeva a tutti e due.
Per lui era tutt'una cosa.
Oh! Ma che stretta sapevano avere le benedette mani di cotesto
Scrooge! Come adunghiavano, spremevano, torcevano, scuoiavano,
artigliavano le mani del vecchio lesina peccatore! Aspro e tagliente
come una pietra focaia, dalla quale nessun acciaio al mondo aveva
mai fatto schizzare una generosa scintilla; chiuso, sigillato,
solitario come un'ostrica. Il freddo che aveva di dentro gli gelava
il viso decrepito, gli cincischiava il naso puntuto, gli accrespava
le guance, gli stecchiva il portamento, gli facea rossi gli occhi e
turchinucce le labbra sottili, si mostrava fuori in una voce acre
che pareva di raspa. Sul capo, nelle sopracciglie, sul mento
asciutto gli biancheggiava la brina. La sua bassa temperatura se la
portava sempre addosso; gelava il suo studio né giorni canicolari;
non lo scaldava di un grado a Natale.
Caldo e freddo non facevano effetto sulla persona di Scrooge.
L'estate non gli dava calore, il rigido inverno non lo assiderava.
Non c'era vento più aspro di lui, non c'era neve che cadesse più
fitta, non c'era pioggia più inesorabile. Il cattivo tempo non
sapeva da che parte pigliarlo. L'acquazzone, la neve, la grandine,
il nevischio, per un sol verso si potevano vantare di essere da più
di lui: più di una volta si spargevano con larghezza: Scrooge no,
mai.
Nessuno lo fermava mai per via per dirgli con cera allegra: "Come si
va, caro il mio Scrooge? A quando una vostra visita?" Né un
poverello gli chiedeva la più piccola carità, né un bambino gli
domandava che ore fossero, né uomo o donna, una volta sola in tutta
la vita loro, si erano rivolti a lui per informarsi della tale o
tal'altra strada. Perfino i cani dei ciechi davano a vedere di
conoscerlo; scorgendolo di lontano subito si tiravano dietro il
padrone in una corte o in un chiassuolo. Poi scodinzolavano un poco,
come per dire: "Povero padrone mio, val meglio non aver occhi che
avere un mal occhio!"
Ma che gliene premeva a Scrooge! Meglio anzi, ci provava gusto.
Sgusciare lungo i sentieri affollati della vita, ammonendo la buona
gente di tirarsi in là, era per Scrooge come per un goloso
sgranocchiar pasticcini.
Una volta - il più bel giorno dell'anno, la vigilia di Natale - il
vecchio Scrooge se ne stava a sedere tutto affaccendato nel suo
banco. Il tempo era freddo, uggioso, tutto nebbia; e si sentiva la
gente di fuori andar su e giù, traendo il fiato grosso, fregandosi
forte le mani, battendo i piedi per terra per scaldarseli. Gli
orologi del vicinato avevano battuto le tre, ma era già quasi notte,
se pure il giorno c'era stato. Dalle finestre dei negozi vicini
rosseggiavano i lumi come tante macchie sull'aria grigia e spessa.
Entrava la nebbia per ogni fessura, per ogni buco di serratura; e
così densa era di fuori che, ad onta dell'angustia del vicoletto, le
case dirimpetto parevano fantasmi. Davvero, quella nuvola scura che
scendeva e scendeva sopra ogni cosa faceva pensare che la natura,
stabilitasi lì accanto, avesse dato l'aire a una sua grande
manifattura di birra.
L'uscio del banco era aperto, per dare agio a Scrooge di tenere
d'occhio il suo commesso, il quale, inserito in una celletta più in
là, una specie di cisterna, attendeva a copiar lettere. Scrooge non
aveva per sé che un fuocherello; ma tanto più misero era il
fuocherello del commesso, che pareva fatto di un sol pezzo di
carbone. Né c'era verso di accrescerlo, perché la cesta del carbone
se la teneva Scrooge con sé; e quando per caso il commesso entrava
con in mano la paletta, issofatto il principale gli faceva capire
che sarebbe stato costretto a dargli il benservito. Epperò lo
scrivano si avvolgeva al collo il suo fazzoletto bianco e
ingegnavasi di scaldarsi alla fiamma della candela: il che, per non
essere egli un uomo di gagliarda immaginazione, non gli riusciva né
punto né poco.
- Buon Natale, zio! Un allegro Natale! Dio vi benedica! - gridò una
voce gioconda. Era la voce del nipote di Scrooge, piombato nel banco
così d'improvviso che lo zio non lo aveva sentito venire.
- Eh via! - rispose Scrooge - sciocchezze! -
S'era così ben scaldato, a furia di correre nella nebbia e nel gelo,
cotesto nipote di Scrooge, che pareva come affocato: aveva la faccia
rubiconda e simpatica; gli lucevano gli occhi e fumava ancora il
fiato.
- Come, zio, Natale una sciocchezza! - esclamò il nipote di Scrooge.
- Voi non lo pensate di certo.
- Altro se lo penso! - ribatté Scrooge. - Un Natale allegro! O che
motivo hai tu di stare allegro? Che diritto? Sei povero abbastanza,
mi pare.
- Via, via - riprese il nipote ridendo. - Che diritto avete voi di
essere triste? Che ragione avete di essere uggioso? Siete ricco
abbastanza, mi pare. -
Scrooge, che non aveva per il momento una risposta migliore, tornò
al suo "Eh via! Sciocchezze."
- Non siate così di malumore, zio - disse il nipote.
- Sfido io a non esserlo - ribatté lo zio - quando s'ha da vivere in
un mondaccio di matti com'è questo. Un Natale allegro! Al diavolo il
Natale con tutta l'allegria! O che altro è il Natale se non un
giorno di scadenze quando non s'hanno danari; un giorno in cui ci si
trova più vecchi di un anno e nemmeno di un'ora più ricchi; un
giorno di chiusura di bilancio che ci dà, dopo dodici mesi, la bella
soddisfazione di non trovare una sola partita all'attivo? Se potessi
fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto
"allegro Natale" in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria
pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì,
proprio!
- Zio! - pregò il nipote.
- Nipote! - rimbeccò accigliato lo zio, - tieniti il tuo Natale tu,
e lasciami il mio.
- Il vostro Natale! Ma che Natale è il vostro, se voi non ne fate?
- Vuol dire che così mi piace, e tu non mi rompere il capo. Buon pro
ti faccia il tuo Natale! E davvero che te n'ha fatto del bene fino
adesso!
- Di molte cose buone sono stato io a non voler profittare, quest'è
certo - rispose il nipote; - e il Natale fra l'altre. - Ma il fatto
è che io ho tenuto sempre il giorno di Natale, quando è tornato -
lasciando stare il rispetto dovuto al suo sacro nome, se si può
lasciarlo stare - come un bel giorno, un giorno in cui ci si vuol
bene, si fa la carità, si perdona e ci si spassa: il solo giorno del
calendario, in cui uomini e donne per mutuo accordo pare che aprano
il cuore e pensino alla povera gente come a compagni di viaggio
verso la tomba e non già come ad un'altra razza di creature avviata
per altri sentieri. Epperò, zio, benché non mi abbia mai cacciato in
tasca la croce di un soldo, io credo che il Natale m'abbia fatto del
bene e me ne farà. Evviva dunque il Natale! -
Il commesso non si seppe tenere dall'applaudire dal fondo della sua
cisterna; ma, subito accortosi del marrone, si diè ad attizzare il
fuoco e riuscì ad estinguere l'ultima scintilla.
- Un altro di cotesti rumori dalla vostra parte - disse Scrooge - e
ve lo darò io il Natale con un bravo benservito. Sei davvero un
parlatore coi fiocchi - sopraggiunse volgendosi al nipote. - Mi
sorprende che non ti ficchino in Parlamento.
- Non andate in collera, zio. Orsù, vi aspettiamo domani sera a
pranzo. -
Scrooge rispose che piuttosto lo volea vedere all'inf... Sì davvero,
la disse tutta la parola. Allora, forse, avrebbe accettato l'invito.
- Ma perché? - esclamò il nipote. - Perché?
- Perché diamine ti sei accasato? - domandò Scrooge.
- Perché ero innamorato.
- Perché eri innamorato! - grugnì Scrooge, come se cotesta fosse
l'unica cosa al mondo più ridicola di un allegro Natale. - Buona
sera!
- Ma voi, zio, non siete mai venuto a trovarmi prima. Perché mo' vi
appigliate a cotesto pretesto?
- Buona sera, - disse Scrooge.
- Niente voglio da voi; niente vi chiedo: perché non dobbiamo essere
amici?
- Buona sera, - disse Scrooge.
- Mi fa pena, proprio, di trovarvi così ostinato. Tra noi non ci
sono mai stati dissapori, ch'io ci abbia avuto colpa. Ho voluto fare
questa prova in onore di Natale, e il mio buonumore di Natale lo
serberò fino in fondo. Buon Natale dunque zio mio!
- Buona sera, - disse Scrooge.
- E buon principio d'anno per giunta!
- Buona sera, - disse Scrooge.
Il nipote se n'andò.
Né il nipote si lasciò sfuggire di bocca una sola parola dispettosa.
Andò via tranquillo e si fermò un momento alla porta esterna per
fare i suoi auguri al commesso, il quale, gelato com'era, aveva però
addosso più calore di Scrooge, perché cordialmente li ricambiò.
- Eccone un altro - borbottò Scrooge che l'aveva udito: - il mio
commesso, con quindici scellini la settimana, moglie e figliuoli,
che parla di buon Natale. Mi chiuderò nel manicomio. -
Cotesto lunatico intanto, facendo uscire il nipote di Scrooge, aveva
introdotto due altre persone. All'aspetto ed ai modi erano
gentiluomini: si cavarono il cappello e s'inchinarono a Scrooge.
Avevano in mano fogli e quaderni.
- Scrooge e Marley, credo? - disse uno de' due guardando a una sua
lista. - Ho io l'onore di parlare al signor Scrooge o al signor
Marley?
- Il signor Marley - rispose Scrooge - è morto da sette anni. Morì
sette anni fa, proprio questa notte.
- Non dubitiamo punto - riprese a dire quel signore, presentando le
sue credenziali - che la sua liberalità abbia nel socio
sopravvivente un degno rappresentante. -
Così senz'altro doveva essere; perché i due soci erano stati come
due anime in un nocciolo. Alla malaugurosa parola "liberalità"
Scrooge aggrottò le ciglia, crollò il capo e restituì le
credenziali.
- In questa gioconda ricorrenza, signor Scrooge - disse quel
signore, prendendo una penna, - è più che mai desiderabile il
raccogliere qualche tenue soccorso per la povera gente sulla quale
ricade tutto il rigore della stagione. Ce n'ha migliaia che mancano
dello stretto necessario; centinaia di migliaia cui fa difetto il
menomo benessere.
- Non ci sono prigioni? - domandò Scrooge.
- Molte anzi - rispose l'altro posando la penna.
- E gli Ospizi? Li hanno chiusi forse?
- No davvero; così si potesse!
- Sicché il mulino de' forzati e la legge su' poveri son sempre in
vigore?
- Sempre, ed hanno anche un gran da fare.
- Oh! io avevo temuto alle vostre prime parole, che qualche malanno
avesse rovinato coteste utili istituzioni, - disse Scrooge. - Mi fa
piacere di sentire il contrario.
- Mossi dal pensiero che esse non procacciano alla moltitudine un
qualunque benessere cristiano di anima o di corpo - rispose quel
signore - alcuni di noi si danno attorno per raccogliere un tanto da
comprare ai poveri un po' di cibo e un po' di carbone. Scegliamo
quest'epoca, come quella in cui il bisogno è più acuto e
l'abbondanza rallegra. Per che somma volete che vi segni?
- Per niente! - rispose Scrooge.
- Vi piace serbar l'anonimo?
- Mi piace non essere disturbato. Poiché lo volete sapere, signori
miei, ecco quel che mi piace. Per conto mio, non mi do bel tempo a
Natale, né voglio fornire ai fannulloni i mezzi di darsi bel tempo.
Pago la mia brava quota per gli stabilimenti che sapete: costano di
molto: chi non sta bene fuori, ci vada.
- Molti non possono, e molti altri preferirebbero la morte.
- Se così è, si servano pure - disse Scrooge; - scemerebbe di tanto
il soverchio della popolazione. In fondo poi, scusatemi, io non ne
so niente.
- Non vi riuscirebbe difficile di saperlo - osservò l'altro.
- Non è affar mio - ribatté Scrooge. - È già molto che ci si
raccapezzi negli affari nostri, senza immischiarci in quelli degli
altri. I miei mi pigliano tutta la giornata. Buona sera, signori! -
Vista l'inutilità di ogni altra insistenza, i due gentiluomini si
accomiatarono. Scrooge si rimise al lavoro, molto contento del fatto
suo e di più lieto umore che mai non fosse stato.
Intanto la nebbia e le tenebre si facevano così fitte che degli
uomini armati di torce correvano per le vie, profferendosi a far da
guide alle carrozze. La vecchia torre di una chiesa, la cui campana
arcigna pareva guardare a Scrooge dall'alto della sua finestra
gotica, divenne invisibile e prese a suonare le ore e i quarti nelle
nuvole con un certo prolungato tremolio come se i denti le
battessero. Il freddo infierì. Alla cantonata alcuni operai, intenti
a restaurare i tubi del gas, avevano acceso un gran fuoco in un
braciere, e intorno a questo una mano di uomini e di ragazzi
cenciosi s'era raccolta: si scaldavano le mani e battevano le
palpebre alla fiamma, beati. La fontanina, abbandonata a sé stessa,
s'incoronava malinconicamente di ghiacci. I lumi delle botteghe,
dove i ramoscelli di agrifoglio crepitavano al calore delle fiamme,
facevano rosseggiare le facce pallide dei passanti. Le mostre dei
pollaioli e dei salumai erano mostre davvero; e così splendide, da
parere quasi impossibile che la volgarità del comprare e del vendere
ci avesse niente che vedere. Il lord Mayor, nella sontuosità
fortificata del suo palazzo, impartiva ordini ai suoi cinquanta
cuochi e canovai perché si festeggiasse il Natale come s'addice alla
casa di un lord Mayor. E perfino il sartuccio, da lui multato di
cinque scellini il lunedì avanti per essere andato attorno ubriaco e
assetato di sangue, si dava da fare nella sua soffitta per preparare
il pranzetto del giorno appresso, mentre la moglie magrina con in
collo la bimba andavano fuori a comprare il pezzo di carne che ci
voleva.
E cresceano la nebbia ed il freddo! Un freddo pungente, tagliente,
mordente. Se il buon San Dustano, lasciando le solite sue armi,
avesse un po' carezzato il naso dello Spirito maligno con un tempo
di quella fatta, è certo che lo avrebbe fatto strillare come
un'aquila. Il proprietario di un miserabile nasetto, rosicchiato dal
freddo famelico come un osso dai cani, si fermò davanti allo studio
di Scrooge per allietarne l'inquilino con una canzonetta natalizia;
ma alle prime parole:
Dio vi tenga, o buon signore,
Sano il corpo e allegro il core...
Scrooge diede di piglio alla riga con tanta furia che il cantore
scappò atterrito, lasciando libera la porta alla nebbia e alla
gelata, meglio adatte al luogo che il canto non fosse.
Arrivò l'ora finalmente di chiudere il banco. A malincuore Scrooge
smontò dal suo sgabello, dando così un tacito segno al commesso, il
quale soffiò subito sulla candela e si pose il cappello.
- Mi figuro - disse Scrooge - che la giornata di domani la vorrete
tutta, eh?
- Se vi piace, signore.
- Non mi piace punto e non è giusto. Se vi risecassi per questo un
mezza corona, scommetto che vi riterreste trattato male, non è così?
-
Il commesso sbozzò un debole sorriso.
- Eppure - proseguì Scrooge - a voi non vi pare che io sia trattato
male, quando sborso il salario di una giornata per niente. -
Il commesso notò che si trattava di una volta all'anno.
- Bella scusa per cacciar le mani nelle tasche d'un galantuomo ogni
25 di dicembre! - esclamò Scrooge abbottonandosi il pastrano fin
sotto il mento. - Vada per tutta la giornata, poiché così ha da
essere. E badate almeno a trovarvi qui più presto del solito doman
l'altro! -
Il commesso promise, e Scrooge se n'uscì grugnendo. Detto fatto, il
banco fu chiuso, e il commesso, coi capi del fazzoletto bianco che
gli pendevano fin sotto al farsettino (pastrano non ne sfoggiava) se
n'andò a fare una sdrucciolata sul ghiaccio dietro una brigata di
monelli, in onore della vigilia di Natale, e poi diritto a casa a
Camden Town per giocare a mosca cieca.
Scrooge fece il suo malinconico desinare nell'usata malinconica
osteria. Diede una scorsa a tutti i giornali e si sprofondò nel suo
squarcetto, ammazzò la serata e si avviò a casa per mettersi a
letto. Abitava un quartiere, o meglio una sfilata di stanze, già un
tempo proprietà del socio defunto, in un vecchio e bieco caseggiato
che si nascondeva in fondo ad un chiassuolo. Davvero, quel
caseggiato in quel posto non si sapeva che vi stesse a fare: si
pensava, mal proprio grado, che da bambino, facendo a rimpietterelli
con altre case, si fosse rincattucciato lì e non avesse più saputo
venirne fuori. Oramai s'era fatto vecchio ed arcigno. Non ci abitava
che Scrooge: tutte le altre stanze erano date via in fitto per studi
di commercio. Era così buio il chiassuolo, che lo stesso Scrooge,
pur conoscendolo pietra per pietra, vi brancolava.. La nebbia
incombeva così spessa davanti alla porta scura della casa, da far
credere che il Genio dell'inverno stesse lì a sedere sulla soglia,
assorto in una lugubre meditazione.
Ora, certo è che il picchiotto della porta, oltre ad essere
massiccio, non aveva in sé niente di speciale. È anche certo che
Scrooge, da che abitava lì, l'aveva visto mattina e sera; E lo
stesso Scrooge, inoltre, era dotato di così temperata fantasia
quanto alcun'altra persona nella City di Londra, compresi, con
rispetto parlando, tutti i membri del corpo municipale. Si badi
altresì a questo che Scrooge non aveva pensato un sol momento a
Marley, dopo averne ricordato la morte, quel giorno stesso avvenuta
sette anni addietro. E dopo di ciò, mi spieghi chi vuole come
seguisse che Scrooge, ficcata che ebbe la chiave nella toppa, vide
nel picchiotto, da un momento all'altro, non più un picchiotto, ma
il viso di Marley.
Il viso di Marley. Non avvolgevasi già, come ogni altra cosa
intorno, nell'ombra fitta; anzi raggiava un certo bagliore livido
come un gambero andato a male in un oscuro ripostiglio. Non era
crucciato o feroce; fissava Scrooge come Marley soleva fare, e lo
fissava con occhiali da spettro alzati sopra una fronte da spettro.
I capelli sollevavansi stranamente quasi mossi da un soffio o da
un'aria calda; gli occhi, benché sbarrati, erano immobili; la faccia
livida. Una cosa orrenda: se non che l'orrore era estraneo
all'espressione di quel viso e in certo modo gli era imposto.
Scrooge si fermò e stette a guardare il fenomeno. Il picchiotto
tornò ad esser picchiotto.
Non si può dire ch'egli non trasalisse e che il sangue non gli desse
un tuffo, come non gli era mai avvenuto. Nondimeno riafferrò la
chiave, che aveva lasciato un momento, la girò con forza, entrò e
accese la candela.
Sì; prima di chiudere la porta, stette un po' irresoluto, ed anzi si
piegò cautamente a guardare dall'altra parte, quasi temesse di veder
scodinzolare fino nella corte il codino di Marley. Ma niente c'era,
altro che le capocchie delle viti che reggevano il picchiotto. "Via,
via!" disse Scrooge, e sbatacchiò la porta.
Rimbombò il rumore per tutta la casa come un tuono. Ogni stanza di
sopra, ogni botte nella cantina del vinaio di sotto, echeggiò per
suo conto. Scrooge non era uomo da aver paura degli echi. Menò il
paletto alla porta, traversò la corte, prese a salir le scale a
tutto suo comodo e smoccolando la candela.
Voi mi parlerete di quelle brave gradinate d'una volta su per le
quali ci si poteva andare con un tiro a sei; ma io vi so dire che
per questa scalinata di Scrooge ci poteva anche salire un carro
mortuario, portato di traverso, col timone verso il muro e lo
sportello verso la ringhiera; e senza fatica, anche. Del posto ce
n'era più del bisogno. E dovette essere per questo che Scrooge si
figurò di vedersi davanti uno di cotesti carri che lo precedeva nel
buio. Una mezza dozzina di fiammelle di gas non avrebbero bastato a
far lume in quel forno; pensate dunque che bel chiarore notturno
spandesse intorno la misera candela di Scrooge.
Scrooge andava su, senza curarsene un fico secco: l'oscurità costa
poco, e a Scrooge gli piaceva. Se non che, prima di tirarsi dietro
la porta massiccia, visitò una per una tutte le stanze per vedere se
ogni cosa era in regola. Può darsi che un certo ricordo confuso
della faccia con gli occhiali lo spingesse a far questo.
Salotto, camera, stanzone, tutto in ordine. Nessuno sotto la tavola,
nessuno sotto il canapè; un fuocherello nel caminetto; pronti il
cucchiaio e la tazza; il ramino con l'orzo sulla fornacetta (Scrooge
aveva una infreddatura di testa). Nessuno sotto il letto; nessuno
nel gabinetto; nessuno nella veste da camera, pendente dalla parete
in attitudine sospetta. Lo stanzone come al solito: un vecchio
parafuoco, un vecchio par di scarpe, due ceste da pesce, un lavamani
a tre gambe e un par di molle.
Rassicurato, tirò a sé la porta e si chiuse, contro il solito, a
doppia mandata. Si tolse la cravatta, si cacciò nella veste da
camera, nelle pantofole e nel berretto da notte; sedette davanti al
fuoco per prendere il suo decotto.
Era un fuoco meschino; meno di niente in una notte come quella.
Dovette accostarvisi dappresso e quasi covarlo, prima di spremerne
il menomo calore. Il caminetto decrepito era stato costruito tanti
anni fa da qualche mercante olandese con intorno un ammattonato
fiammingo tutto pieno dei fatti della Storia Sacra. C'erano dei
Caini e degli Abeli; figlie di Faraoni, regine di Saba, messi
celesti calanti per l'aria sopra nuvole a foggia di piumini, Abrami,
Baldassarri, Apostoli che salpavano in tante salsiere, centinaia di
figure da attrarre i suoi pensieri. Eppure, quel cosiffatto viso di
Marley, morto da sette anni, veniva come la verga dell'antico
profeta ad ingoiare ogni cosa. Se ciascuno di quei mattoni vetriati
fosse stato bianco e capace di riprodurre una figura fatta dai
minuzzoli dei pensieri di lui, si sarebbero viste senza meno
altrettante facce del vecchio Marley.
- Sciocchezze! - disse Scrooge; e si diede a passeggiare su e giù
per la camera.
Dopo un poco tornò a sedere. Arrovesciando il capo sulla spalliera
del seggiolone, gli venne fatto di fermar gli occhi sopra un
campanello disusato, che per una ragione o per l'altra comunicava
con una camera posta in cima al caseggiato. Con uno stupore grande,
con un terrore nuovo, inesplicabile, egli vide quel campanello
dondolare un poco. Così dolce era quel dondolio in principio che
appena dava un filo di suono; ma di lì a poco squillò con violenza e
tutti i campanelli della casa risposero allo squillo stridente.
Durò la cosa forse un minuto, forse mezzo: ma sembrò che durasse
un'ora. Tutti i campanelli smessero insieme, di botto, come avevano
cominciato. Successe a quel suono un rumore di ferramenta, uscente
dalle viscere della terra, come se qualcuno strascinasse una sua
catena fra le botti della cantina del vinaio. Scrooge si sovvenne
allora di aver sentito dire che gli spiriti, nelle case dove ci si
sente, strascinano catene.
L'uscio della canova si spalancò con fracasso; il rumore si fece più
forte a terreno; poi si udì suonare su per le scale; poi venne
difilato verso la camera.
- Eh via, sciocchezze! - disse Scrooge. - Non ci credo mica, io. -
Si fece bianco però, quando subito dopo lo spettro traforò la porta
massiccia e gli entrò in camera, davanti agli occhi. Nel punto
stesso la fiamma morente diede un guizzo come se volesse dire: "Lo
conosco! È lo spirito di Marley!" e subito ricadde.
Lo stesso viso, proprio lo stesso. Marley col suo codino, col solito
panciotto, le brache attillate, gli stivaloni, le cui nappine di
seta tentennavano insieme col codino, con le falde del soprabito e
coi capelli ritti sul capo. La catena strascinata lo stringeva alla
cintola. Era lunga e gli s'avvinghiava attorno come una coda, ed era
fatta, come Scrooge ebbe a notare, di scrigni, chiavi, lucchetti,
libri mastri, fogliacci e pesanti borse di acciaio. Aveva il corpo
trasparente; sicché Scrooge, osservandolo e guardandolo attraverso
il panciotto, vedeva i due bottoni di dietro del vestito.
Scrooge avea spesso sentito dire che Marley era un uomo senza
visceri, ma soltanto adesso ci credeva.
No davvero, non ci credeva nemmeno. Benché se lo vedesse davanti
quello spettro e lo passasse con l'occhio da parte a parte, benché
da quegli sguardi impietriti nella morte si sentisse accapponar la
pelle, benché notasse perfino l'ordito del fazzoletto che gli
copriva il capo e gli s'annodava sotto il mento, al che sulle prime
non avea badato, era nondimeno incredulo sempre e lottava contro i
propri sensi.
- Che vuol dire ciò? - interrogò Scrooge, freddo e mordace come
sempre. - Che volete da me?
- Molto! -
Era la voce di Marley, precisa.
- Chi siete voi?
- Domandami chi fui.
- Bene, chi foste? - disse Scrooge alzando la voce. - Siete un
tantino pedante, mi pare, per essere un'ombra.
- In vita, fui il tuo socio, Giacobbe Marley.
- Potreste... sedere? - domandò Scrooge guardandolo dubbioso.
- Posso.
- Sedete, dunque. -
Scrooge domandò la cosa, per vedere se uno spettro così diafano
fosse in grado di pigliare una seggiola; nel caso che no, lo avrebbe
costretto ad una spiegazione imbarazzante. Ma lo spettro gli sedette
in faccia, dall'altra parte del caminetto, come se non avesse mai
fatto altro.
- Tu non credi in me - disse poi.
- No - rispose Scrooge.
- Che altra prova vorresti oltre quella dei sensi?
- Non lo so.
- Perché dubiti dei tuoi sensi?
- Perché un nonnulla basta a turbarli. Un lieve disturbo di stomaco
ci muta il bianco in nero. Voi potreste essere un pezzetto di carne
mal digerito, uno schizzo di senapa, una briciola di formaggio, un
frammento di patata mal cotta. Chiunque siate, c'è in voi più della
marmitta che della marmotta! -
Scrooge non si dilettava molto di questi giochetti di parole, né in
cuor suo si sentiva adesso corrivo alla celia. Fatto sta che ch'ei
si studiava di esser faceto come per distrarsi e per domare il
terrore; perché veramente la voce dello Spettro lo faceva
rabbrividire fino al midollo delle ossa.
Star lì a sedere, fissando quelle pupille vitree, e non aprir bocca
fosse pure per un momento, sarebbe stato lo stesso che spiritare.
Scrooge lo capiva molto bene. C'era anche questo terribile, che lo
Spettro si avvolgeva quasi in una propria atmosfera infernale. Non
già che Scrooge la sentisse; ma è certo che, ad onta della perfetta
immobilità dello Spettro, i capelli ritti, le falde del soprabito,
le nappine degli stivaloni, tremavano sempre come se mossi dal fiato
caldo di un forno.
- Vedete questo steccadenti? - disse Scrooge tornando subito alla
carica pel motivo ora detto, e volendo, fosse pure per un istante,
sottrarsi allo sguardo impietrito del fantasma.
- Lo vedo - rispose lo Spettro.
- Ma voi non lo guardate nemmeno - disse Scrooge.
- Lo vedo nondimeno - disse ancora lo Spettro.
- Bene! - ribatté Scrooge. - Non ho che ad ingozzarlo, e tutto il
resto dei miei giorni avrà alle calcagna una frotta di spiriti
folletti, tutti di mia propria creazione. Sciocchezze. vi dico;
sciocchezze! -
A questo lo Spettro diede uno strido orrendo, e scosse la catena con
così tetro e rovinoso fracasso, che Scrooge si tenne forte alla
seggiola per non cadere svenuto. Ma come crebbe il suo terrore,
quando, togliendosi lo Spettro la benda che gli fasciava il capo,
quasi sentisse troppo caldo, la mascella inferiore gli ricascò sul
petto!
Scrooge cadde ginocchioni e si strinse la faccia nelle mani.
- Grazia! - esclamò. - Terribile apparizione, perché mi fate paura?
- Uomo dall'anima mondana! - rispose lo Spettro, - credi adesso o
non credi?
- Credo - balbettò Scrooge, - debbo credere. Ma perché mai gli
spiriti vanno attorno e perché vengono da me?
- Deve ogni uomo - rispose lo Spettro - con l'anima che ha dentro
girare in mezzo ai suoi simili, viaggiare il più che può; se non lo
fa in vita, è condannato a farlo in morte. È dannato ad errare pel
mondo, oh me infelice! a vedere il bene senza poterlo godere, quel
bene che avrebbe potuto dividere con gli altri sulla terra e che
avrebbe fatto la sua felicità! -
Qui lo Spettro mise un altro strido, squassò la catena, si torse le
mani diafane.
- Siete incatenato - osservò Scrooge, tremando. - Perché?
- Porto la catena che mi son fabbricato in vita - rispose lo
Spettro. - L'ho fatta io stesso anello per anello, pezzo a pezzo; io
stesso me la cinsi per volontà mia, e di volontà mia la portai. Ti
par nuova forse a te? -
Scrooge tremava sempre più forte.
- O vorresti sapere - proseguì lo Spettro - il peso e la lunghezza
della gomena che porti tu stesso? Era per l'appunto lunga e grave
come questa mia, sette anni fa. Ci hai lavorato poi. Una catena di
gran valore, adesso! -
Scrooge si guardò intorno per terra, figurandosi di vedersi
avviluppato in cinquanta o sessanta metri di gomena ferrata: ma
niente vide.
- Giacobbe - disse supplichevole. - Mio vecchio Giacobbe Marley,
ditemi qualche altra cosa. Datemi un po' di consolazione, Giacobbe
mio!
- Nessuna consolazione da me - rispose lo Spettro. - Altre regioni
le mandano, o Ebenezer Scrooge, altri ministri le portano, altri
uomini le ricevono. Né ti posso dire tutto quel che vorrei: poche
altre parole, e basta. A me non è concesso un momento di riposo o
d'indugio. Il mio spirito non varcò mai la soglia del nostro banco,
bada bene!; da vivo, il mio spirito non uscì mai dai limiti angusti
del nostro stambugio. Lunghi e faticosi viaggi mi aspettano oramai!
-
Soleva Scrooge, quante volte prendesse a meditare, cacciarsi le mani
nelle tasche delle brache. Così fece adesso, ruminando le cose dette
dallo Spettro; ma non alzò gli occhi e stette sempre ginocchioni.
- Bisogna dire che siete andato un po' lento, Giacobbe mio - notò
Scrooge, da uomo d'affari, ma con deferente umiltà.
- Lento! - ripeté lo Spettro.
- Morto da sette anni e sempre in viaggio?
- Sempre. Né riposo, né pace: Tortura assidua del rimorso.
- Viaggiate presto?
- Sulle ali del vento.
- Ne avrete visto dei paesi in sette anni! - mormorò Scrooge.
Udendo queste parole, lo Spettro mise un altro strido e così
terribilmente fece suonar la catena nel silenzio della notte, che la
guardia avrebbe avuto ragione di multarlo come disturbatore
notturno.
- Oh! schiavo, incatenato, oppresso di ceppi! - urlò - a non sapere
che secoli e secoli di assiduo lavoro compiuto da creature immortali
a pro di questa terra passeranno nell'eternità prima che tutto sia
sviluppato il bene ond'essa è capace; a non sapere che ogni spirito
cristiano, pur lavorando nella piccola sfera assegnatagli, qualunque
essa sia, troverà troppo breve la vita mortale ad esercitare tutti i
mezzi innumerevoli del rendersi utile; a non sapere che non c'è
durata di rammarico la quale ci assolva dalle occasioni perdute
nella vita! E questo io ho fatto! E tale ero io!
- Ma voi, Giacobbe, foste sempre un eccellente uomo d'affari, -
mormorò Scrooge, che incominciava a fare un'applicazione personale
di tutto questo.
- Affari! - esclamò lo Spettro, tornando a torcersi le mani. - I
miei simili erano i miei affari. Il benessere comune, la carità, la
misericordia, la sopportazione, la benevolenza, questi erano i miei
affari. Nell'oceano immenso dei miei affari le operazioni del mio
commercio non erano che una gocciola d'acqua! -
Sollevò la catena per quanto il braccio era lungo, come se in quella
fosse la causa della sterile angoscia, e tornò a sbatterla in terra
con fracasso.
- In questa stagione dell'anno cadente - proseguì lo Spettro - io
soffro di più. Perché mai, in mezzo alla folla dei miei simili,
passavo io con gli occhi abbassati alla terra, perché una volta non
gli alzai verso quella stella benedetta che guidò un giorno i
sapienti ad un povero abituro? Non potevo io forse, io, esser
guidato da quella luce ad altri poveri abituri? -
Scrooge, più che mai atterrito alle parole incalzanti dello Spettro,
incominciò a tremare come una canna.
- Ascoltami! - comandò lo Spettro. - L'ora mia è vicina.
- Ascolto - rispose Scrooge. - Ma non calcate la mano, ve ne prego!
Non mi schiacciate di eloquenza, Giacobbe!
- Come io mi ti mostri in forma visibile, non so. Molti e molti
giorni di fila ti sono stato ai fianchi invisibile. -
L'idea non era piacevole. Scrooge rabbrividì e si asciugò il sudore
dalla fronte.
- Né questa è piccola parte del mio supplizio, - proseguì lo
spettro. - Son qui stasera per avvertirti che ancora una via
t'avanza e una speranza di sfuggire al mio fato. E sono io, Ezeneber,
io che ti offro cotesta speranza e cotesta via.
- Voi siete sempre stato per me un buon amico, - disse Scrooge. -
Grazie!
- Avrai la visita - soggiunse lo spettro - di tre Spiriti. -
La faccia di Scrooge si fece bianca quasi come quella dello Spettro.
- Ed è questa la via, è questa la speranza che mi offrite, Giacobbe?
- interrogò con un filo di voce.
- Questa è.
- Io... io davvero ne farei di meno, - disse Scrooge.
- Senza la visita loro, - ammonì lo Spettro, - tu non eviterai il
sentiero che io batto. Aspettati il primo per domani, quando la
campana avrà battuto un'ora.
- Non potrei - insinuò Scrooge - non potrei pigliarli tutti e tre in
una volta e farla finita?
- Aspetterai il secondo la notte appresso alla stessa ora. Il terzo,
la terza notte, all'ultima vibrazione della dodicesima ora. Me, non
mi vedrai più; ma ricordati, per amor tuo, ricordati di quanto è
accaduto tra noi! -
Ciò detto, lo spettro tolse il fazzoletto dalla tavola e se lo
avvolse come prima, intorno al capo. Scrooge se n'accorse dallo
scricchiolio dei denti quando le mascelle si urtarono, strette dalla
benda. Alzò gli occhi dubbiosi e si ritrovò ritto davanti il suo
visitatore soprannaturale, con la catena avvolta al braccio.
L'apparizione si scostò rinculando; ad ogni suo passo, la finestra
si apriva un poco, sicché, quando lo Spettro vi giunse, era
spalancata. Lo Spettro fece un cenno, Scrooge si accostò. Quando
furono due passi distanti, lo Spettro alzò la mano perché si
fermasse. Scrooge si fermò.
Più dell'obbedienza potevano in lui la stupefazione ed il terrore;
perché, all'alzarsi di quella mano, egli udì dei rumori confusi
nell'aria; suoni incoerenti di dolore e di disperazione; sospiri e
guai di profonda angoscia e di rimorso. Lo Spettro, stato un po' in
ascolto, si unì al funebre coro e si dileguò nella oscurità della
notte.
Scrooge, nell'agonia della curiosità, corse alla finestra e guardò
di fuori.
L'aria era piena di fantasmi, che erravano di qua e di là senza
posa, traendo guai. Ciascuno, come lo spettro di Marley, trascinava
una catena; ce n'erano di quelli incatenati insieme, ed erano forse
membri di governi malvagi; nessuno era libero. Molti, da vivi, erano
stati conoscenze personali di Scrooge. Era stato intrinseco con un
vecchio spettro in panciotto bianco, con un enorme scrigno ferrato
attaccato alla caviglia, il quale disperatamente piangeva per non
poter soccorrere una povera donna con in collo un bambino, ch'ei
vedeva giù, sulla soglia d'una porta. Il supplizio di tutti loro era
questo, senz'altro, di voler entrare nelle faccende umane per fare
un po' di bene e di averne per sempre perduto il potere.
Se coteste creature si fossero risolute in nebbia o se la nebbia le
avesse avvolte, Scrooge non potea dire. In un sol punto, sparvero
gli spettri e tacquero le voci. Tornò la notte profonda.
Scrooge chiuse la finestra ed esaminò la porta di dove lo Spettro
era entrato. Era chiusa a doppia mandata, com'egli stesso con le
proprie mani avea fatto. I chiavistelli erano al posto. Gli corse
alla bocca: "Sciocchezze!" ma alla prima sillaba si fermò in tronco.
Si sentiva stracco, sia dalle fatiche del giorno o dall'ora tarda,
sia piuttosto dalla commozione sofferta, dal balenio del mondo
invisibile, dalle tristi parole dello Spettro. Tutto vestito com'era
se n'andò a letto e si addormentò all'istante.
Il primo
dei tre spiriti.
Quando
Scrooge si destò, era così fitto il buio, che guardando dal letto,
ei distingueva appena la finestra trasparente dalle pareti opache
della camera. Ficcava nelle tenebre i suoi occhi da furetto, quando
all'orologio di una chiesa vicina suonarono i quattro quarti.
Scrooge stette in ascolto per sentir l'ora.
Con suo grande stupore, la grave campana passò dai sei colpi ai
sette agli otto, e così fino a dodici. Allora tacque. Mezzanotte!
Erano le due passate quando s'era messo a letto. L'orologio andava
male. Qualche ghiacciuolo s'era insinuato nelle ruote. Mezzanotte!
Premette la molla del suo orologio a ripetizione per correggere lo
sproposito di quell'altro. Il rapido polso della macchinetta batté
dodici colpi e s'arrestò.
- Eh via, non può essere - disse Scrooge - ch'io abbia dormito tutta
una giornata e una seconda notte. Non può essere che gli abbia
pigliato qualche malanno al sole e che sia mezzanotte quando è
mezzogiorno! -
L'idea era allarmante, sicché egli tiratosi fuori del letto andò
brancolando verso la finestra. Fregò con la manica della veste da
camera sui vetri per veder qualche cosa; ma un gran che non arrivò a
vedere. Vide che la nebbia era fitta e sentì un freddo indiavolato;
nessun rumore per la via, nessuno strepito di gente che corresse su
e giù, come senz'altro doveva essere se mai la notte avesse
ammazzato il giorno e preso possesso del mondo. Questo fu un gran
sollievo, perché, con la soppressione dei giorni, se n'andava in
fumo l'eloquenza di certi suoi fogli: "A tre giorni data pagherete
per questa mia prima di cambio all'ordine del signor Ebenezer
Scrooge..."
Scrooge se ne tornò a letto, e messosi a pensare, a ruminare, a
mulinare, a stillarsi il cervello sulla stranezza del caso, non ne
cavò niente di niente. Più ci pensava, più s'imbrogliava; e più si
sforzava di non pensare, più forte ci pensava. Lo spettro di Marley
lo turbava assai. Quante volte, dopo maturo esame, risolveva in
mente sua che tutto era stato un sogno, subito, come una molla che
scattasse, il pensiero tornava indietro e gli ripresentava lo stesso
problema da sciogliere: "Era stato o non era stato un sogno?"
Stette così fino a che l'orologio ebbe battuto altri tre quarti, e
gli sovvenne allora, di colpo, che lo Spettro gli aveva annunziata
una certa visita allo scocco dell'una. Risolvette di star desto fino
a che l'ora fosse passata; e, considerando che oramai gli era così
facile addormentarsi come volare nella luna, era quello il più
saggio partito cui si potesse appigliare.
Quest'ultimo quarto gli sembrò così lungo, che più di una volta
sospettò di essersi appisolato e di non aver sentito suonar l'ora.
Alla fine uno squillo gli percosse l'orecchio.
- Din, don!
- Un quarto - disse Scrooge contando.
- Din, don!
- Mezz'ora - disse Scrooge.
- Din, don!
- Tre quarti - disse Scrooge.
- Din, don!
- Il tocco - esclamò Scrooge trionfante - e nient'altro! -
Aveva parlato prima che il colpo battesse, il quale seguì subito con
un suono profondo, cupo, dolente. Una luce improvvisa balenò nella
camera e le cortine del letto furono tirate.
Dico che le cortine furono tirate da una mano: non già a capo od a
piedi, ma proprio in quel punto dove egli aveva volta la faccia. Le
cortine furono tirate da parte; e Scrooge, balzando a sedere, si
trovò faccia a faccia con l'essere soprannaturale che le aveva
tirate, così vicino come io a voi, io che sto in ispirito al vostro
fianco.
Era una strana figura, un che tra il bambino ed il vecchio. Per
un'arcana lontananza pareva ridotto alle proporzioni infantili.
Aveva canuti i capelli, fluenti sul collo e giù per le spalle; ma
non una ruga sul viso anzi il rigoglio più fresco. Lunghe le braccia
e muscolose; e così pure le mani, come se dotate di una forza non
comune. Di forme delicatissime le gambe e i piedi, nudi a pari delle
braccia. Portava una tunica candidissima stretta alla vita da una
cintura lucente. In mano teneva un ramoscello di verde agrifoglio;
e, per uno strano contrasto a cotesto emblema invernale, aveva la
tunica tutta adorna di fiori d'estate. Ma la cosa più singolare era
questa, che dal capo gli sprizzava un getto di luce viva per il quale
tutte quelle cose si vedevano; ed era per questo senz'altro ch'egli
si doveva servire, nei suoi momenti cattivi, di un cappellone a
foggia di spegnitoio che ora si teneva sotto il braccio.
Ma nemmeno questa, quando Scrooge l'ebbe guardato meglio, era la
stranezza maggiore. Perché, scintillando quella sua cintura in qua e
in là con un subito scambio di luce e di ombra, la stessa persona
pareva fluttuante e mutevole: ed ora si mostrava con un braccio
solo, ora con una gamba, ora con venti gambe o con un par di gambe
senza capo o con un capo senza corpo; né delle parti dissolventesi
un qualunque tratto si poteva scorgere nel buio fitto che le
ingoiava. Di botto, tornava a essere come prima, chiaro e ben
distinto.
- Siete voi lo Spirito - domandò Scrooge - la cui visita m'era stata
predetta?
- Sono! -
Soave era la voce, ma così piana che pareva venir da lontano.
- Chi siete e che cosa siete? - domandò Scrooge.
- Sono lo Spirito di Natale passato.
- Passato da molto tempo? - chiese Scrooge, badando alla piccolezza
del suo interlocutore.
- No. L'ultimo Natale vostro. -
Forse, se qualcuno gliene avesse chiesto, Scrooge non ne avrebbe
saputo dire il perché; ma una gran voglia lo pungeva di veder lo
Spirito con lo spegnitoio in capo. Epperò lo pregò che si covrisse.
- E che! - esclamò lo Spirito - vuoi tu spegnere così presto con
mani profane la luce ch'io mando? Non ti basta di essere stato fra
coloro le cui passioni fabbricarono questo cappello e mi hanno
dannato a portarlo per anni e secoli calcato sulla fronte! -
Scrooge umilmente dichiarò di non avere avuto alcuna intenzione di
offenderlo né aver mai fatto cosa per cui lo Spirito dovesse
"prender cappello". Osò poi domandare che motivo lo aveva fatto
venire.
- La tua salute! - rispose lo Spirito.
Scrooge se ne professò obbligatissimo, pensando nondimeno che una
notte di riposo non disturbato avrebbe meglio giovato a quello
scopo. Lo Spirito, si vede, lo udì pensare, perché subito disse:
- Il tuo riscatto, allora. Bada! -
Così dicendo, stese la mano e dolcemente lo prese per il braccio.
- Sorgi e seguimi! -
Invano avrebbe Scrooge allegato che il tempo e l'ora non si
addicevano a una passeggiata a piedi; che il letto era caldo e il
termometro sotto zero; che tutto il suo vestito si riduceva alla
veste da camera, alle pantofole e al berretto da notte; e che una
infreddatura lo tormentava. Non c'era verso di resistere a quella
stretta, benché soave come quella di una mano di donna. Si alzò; ma
vedendo che lo spirito si avviava alla finestra, gli s'attaccò alla
tunica in atto supplichevole.
- Sono un mortale - protestò - e potrei anche cadere.
- Che la mia mano ti tocchi qui! - disse lo Spirito ponendogliela
sul cuore - e ben alto sarai sostenuto! -
A questo, passarono insieme attraverso il muro, ed ecco si trovarono
in aperta campagna, sopra una strada che i campi fiancheggiavano. La
città era scomparsa; non ne avanzava vestigio. Il buio e la nebbia
si eran dileguati con essa, ed era una limpida giornata d'inverno, e
la neve biancheggiava al sole.
- Dio di misericordia! - esclamò Scrooge stringendo le mani e
volgendosi intorno. - Qui son venuto su io; qui ho passato la mia
fanciullezza! -
Lo Spirito lo guardò con dolcezza. Quella sua stretta gentile,
benché lieve e istantanea, era sempre sentita dal vecchio. Il quale
anche aspirava migliaia di profumi vaganti per l'aria, connessi
ciascuno con migliaia di pensieri, e speranze, e gioie, e dolori da
gran tempo caduti in oblio.
- Il tuo labbro trema - disse lo Spirito. - È che hai costì sulla
guancia? -
Scrooge balbettò, con un insolito balbettio della voce, che quella
era una pustoletta, nient'altro. Era pronto a seguire lo Spirito
dove meglio gli piacesse.
- Ti ricordi la via? - domandò lo Spirito.
- Se me ne ricordo! - esclamò Scrooge. - Ci andrei ad occhi chiusi.
- Strano però che per tanti anni te ne sia scordato! - osservò lo
Spirito. - Andiamo. -
E andarono per quella via. Scrooge riconosceva ogni cancello, ogni
albero, ogni piolo; quand'ecco apparve in distanza un villaggetto,
col suo bravo ponte, la sua chiesa, il suo fiume tortuoso. Videro
venire al trotto certi cavallini, montati da ragazzi, i quali
chiamavano altri ragazzi in biroccino o su qualche carretta, guidati
da un fattore. Tutti cotesti ragazzi erano in grande allegria e
tante grida si scambiavano che la vasta campagna suonava di una
musica gioconda e l'aria stessa rideva in udirla.
- Queste - disse lo Spirito - sono ombre di cose che furono. Non
hanno coscienza di noi. -
I lieti viaggiatori si avvicinavano; e via via, Scrooge li
riconosceva e diceva il nome di ciascuno. Perché si rallegrava oltre
ogni dire in vederli? Perché gli brillava la fredda pupilla e il
cuore gli diede un balzo? Perché sentì un'insolita dolcezza, udendoli
augurarsi un allegro Natale, nel punto di separarsi nei crocicchi o
nei sentieri traversi per andarsene alle case loro? Che gli premeva
a Scrooge di un allegro Natale? Al diavolo il Natale con tutta
l'allegria! Che bene gli aveva mai fatto il Natale?
- La scuola non è ancora deserta - disse lo Spirito. - C'è un
ragazzo lì, vedilo, che i compagni hanno lasciato da solo. -
Scrooge disse di riconoscerlo, e un impeto di singhiozzo lo prese
alla gola.
Uscirono dalla via maestra per un ben noto sentiero, e presto si
avvicinarono ad un fabbricato rossastro, col suo capannuccio in alto
e la sua banderuola e in quello una campana sospesa. Era una gran
casa, ma caduta in bassa fortuna; deserti gli stanzoni, umide e
muffite le pareti, rotte le finestre e sdrucite le porte. I polli
chiocciavano e si pavoneggiavano nelle stalle; le rimesse e le
tettoie erano preda dell'erba. Né la parte interna serbava traccia
dell'antico stato; perché, entrando nella corte malinconica e
guardando per le porte spalancate di molte sale, videro queste
miseramente fornite, fredde, ampie. C'era nell'aria un sentore
terrigno, una nudità freddolosa in tutto, che in certo qual modo si
associava all'idea dell'alzarsi troppo presto a lume di candela e
del non aver molto da mangiare.
Andarono, lo Spirito e Scrooge, di là della corte verso una porta
alle spalle della casa. Si aprì loro davanti, mostrando un camerone
nudo e malinconico, che pareva anche più vuoto di quel che era per
certe file di banchi e di leggii. Ad uno di questi, presso un misero
fuocherello, leggeva tutto solo un ragazzo; e Scrooge cadde a sedere
sopra uno di questi banchi e pianse a riveder sé stesso, misero,
dimenticato, come allora soleva essere.
Non un'eco latente nella casa, non un rosicchio di topo, non una
gocciola cadente nella corte della fontanina gelata a mezzo, non un
sospiro fra i rami spogliati di un misero pioppo, non lo sbattimento
monotono della porta di un magazzino vuoto, no, non un crepitio del
fuoco che non cadesse soave sul cuore di Scrooge, che non gli
spremesse più dolci le lacrime.
Lo Spirito gli sfiorò il braccio ed accennò al ragazzo leggente. Di
botto, un uomo, straniero al vestito, si mostrò vivo e vero di là
della finestra: portava un'accetta nella cintola e menava per la
cavezza un somaro carico di legna.
- Vedi, vedi! - esclamò Scrooge in estasi. - È Alì Babà! Quel caro
vecchio di Alì Babà! Eh, altro che se lo riconosco! Un giorno di Natale,
quando quel ragazzo lì avevano lasciato solo qui dentro, egli venne
il buon Alì, venne per la prima volta, proprio come adesso. Povero
ragazzo! E Valentino, quel birbone di suo fratello; eccoli tutti e
due! E quell'altro, come si chiama, che fu deposto mezzo svestito e
dormendo alle porte di Damasco: non lo vedete lì anche lui? E il
valletto del Sultano voltato sottosopra dai Genii: eccolo lì col
capo di sotto! Gli sta il dovere! Bravo dieci volte! O che c'entrava
lui a sposar la Principessa! -
Avrebbero avuto di che stupire i colleghi di Scrooge, se lo avessero
udito effondersi in tanta tenerezza con una strana voce tra il
pianto e il riso, se avessero veduto quella sua faccia rossa come di
fuoco!
- Ecco il pappagallo! - esclamò Scrooge. - L'ali verdi e la coda
gialla con in capo quel ciuffetto che pare una lattuga; eccolo
davvero! "Povero Robinson Crusoe" così gli disse, quando tornò a
casa dall'aver fatto il giro dell'isola. "Povero Robin, dove sei
stato, Robin?" Lui si credeva di sognare, ma niente affatto. Era il
pappagallo che parlava, capite. Ed ecco Venerdì che corre alla
piccola baia per mettersi in salvo. Ohe! Animo! Avanti! -
Poi, con un'insolita rapidità di transizione, esclamò compiangendo
l'altro sé stesso: "Povero ragazzo!" E di nuovo ruppe in lacrime.
- Vorrei - sussurrò, cacciandosi la mano in tasca e guardandosi
attorno, dopo essersi asciugato gli occhi con la manica, vorrei....
ma è troppo tardi ormai.
- Che c'è? - domandò lo Spirito.
- Niente - rispose Scrooge. - Niente. C'è stato un ragazzo ieri sera
che cantava alla mia porta una canzonetta di Natale. Vorrei avergli
dato qualche cosa, ecco. -
Lo Spirito sorrise meditando e con la mano accennò di tacere. Poi
disse: "Vediamo un altro Natale."
Subito il primo Scrooge si fece più grande e il camerone divenne più
buio e più sudicio. Screpolavansi usci e finestre; piovevano pezzi
d'intonaco e si scoprivano gli assicelli del soffitto. Come ciò
accadesse, Scrooge lo sapeva quanto voi. Questo sapeva che le cose
erano andate così per l'appunto; e che egli stava lì, solo come
prima, sempre solo, quando tutti gli altri ragazzi erano scapolati a
casa a godersi le buone feste.
Non leggeva ora; andava su e giù, disperato. Scrooge si volse allo
Spirito, e tristemente crollando il capo guardò con ansia verso la
porta.
Questa si aprì. Una ragazzina, molto più piccola del ragazzo, balzò
dentro, gli gettò le braccia al collo, a più riprese lo baciò,
chiamandolo: "Caro, caro fratello mio."
- Son venuta a prenderti, caro fratello! - disse la ragazzina,
battendo palma a palma e chinandosi dal gran ridere. - Andiamo a
casa, a casa, a casa!
- A casa, Fanny? - domandò il ragazzo.
- Sicuro! - ribatté la bambina tutta gioconda. - A casa per davvero,
a casa oggi e sempre. Papà è tanto più buono di prima che adesso si
sta a casa come in paradiso. Mi parlò con tanta dolcezza una certa
sera, mentre me n'andavo a letto, che mi feci coraggio e tornai a
domandargli se tu potevi venire a casa. Sì che potevi, mi rispose; e
mi ha mandato adesso con una carrozza per prenderti. Diventi un
uomo, sai! - soggiunse la bambina, aprendo tanto d'occhi; - e qui
dentro non ci tornerai più; e staremo insieme tutti i Natali,
capisci, una vera allegria!
- Sei proprio una donna adesso, Fanny! - esclamò il ragazzo.
Ella batté le mani, diede in una risata e fece per toccargli il capo.
Ma era troppo piccina, sicché, ridendo sempre, si alzò in punta di
piedi per abbracciarlo. Poi, nella sua foga infantile, prese a
trascinarlo verso la porta; né egli nicchiava, ché anzi la seguiva
di gran buona voglia.
Una voce terribile gridò nella corte: "Portate giù il baule di
Scrooge!" E nel punto stesso apparve il maestro di scuola in
persona, che squadrò il piccolo Scrooge con feroce condiscendenza e
lo spaventò addirittura con una stretta di mano. Li menò poi, lui e
la sorella, nella sala a terreno, vecchia e umida quant'altra mai,
dove parevano lividi dal freddo i globi celesti e i mappamondi. Qui
cavò da uno stipetto una boccia di vino annacquato e un pezzo di
mattone in forma di focaccia, offrì di queste squisitezze ai due
giovinetti, e mandò fuori un magro servitorello per offrire "qualche
cosa" al postiglione, il quale ringraziò tanto tanto il signore, con
questo però che se il vino era della stessa vigna che aveva
assaggiato prima, se ne stava piuttosto a bocca asciutta. Intanto,
il baule di Scrooge era stato legato sull'imperiale, i ragazzi
allegramente dissero addio al maestro, balzarono in carrozza, e
questa se n'andò di trotto giù per il viale del giardino, facendo
schizzare come spruzzi di spuma dalle brune foglie delle semprevive
la neve e la brina.
- Sempre delicata quella creaturina - disse lo Spirito; - un soffio
l'avrebbe fatta appassire. Ma che cuore che aveva!
- Che cuore! - ripetette Scrooge. - Avete ragione, Spirito; né io vi
contraddico, che Dio non voglia!
- È morta maritata - disse lo Spirito - e mi pare che avesse dei
bambini.
- Uno ne aveva - rispose Scrooge.
- È vero, - disse lo Spirito. - Tuo nipote! -
Scrooge pareva turbato assai e rispose breve: "Sì."
Benché proprio in quel punto si lasciassero dietro la scuola, già si
trovavano per le vie affaccendate di una città, dove passavano e
ripassavano ombre di uomini, dove si contendevano il passo ombre di
carri e carrozze, con tutto il tramestio e il tumulto di una città
viva e vera. Dalle mostre delle botteghe si vedeva chiaro che anche
qui si festeggiava Natale; ma era sera e le vie erano illuminate.
Lo Spirito si fermò davanti a un certo magazzino e domandò a Scrooge
se lo conosceva.
- Se lo conosco! - esclamò Scrooge. - Ma non sono stato commesso
qui? -
Entrarono. Un vecchio signore in parrucca se ne stava a sedere
dietro un banco; e questo era così alto, che se il signore avesse
avuto due pollici di più, avrebbe dato del capo nel soffitto. Non sì
tosto l'ebbe visto, Scrooge gridò quasi fuori di sé:
- Chi si vede? Il vecchio Fezziwig! Dio lo benedica! È proprio lui
in carne ed ossa! -
Il vecchio Fezziwig posò la penna e guardò all'orologio che già
segnava le sette. Si fregò le mani; si aggiustò il largo panciotto;
rise tutto quanto, da capo a piedi; e chiamò forte con una voce
sonora, gioviale, abbondante:
- Ehi, costì! Ebenezer! Dick! -
Scrooge giovanotto entrò tutto svelto in compagnia dell'altro
commesso.
- È lui, è Dick Wilkins! - disse Scrooge allo Spirito. - Sì
davvero, eccolo lì. Mi voleva un gran bene quel Dick. Povero Dick!
Caro Dick!
- Ehi, dico, ragazzi! - gridò Fezziwig. - Si leva mano per stasera.
Non lo sapete ch'è la vigilia di Natale? Su, chiudete le imposte! -
e allegramente batteva le mani - Chiudete, vi dico! Uno, due, tre! -
Non si può credere come i due giovanotti si dessero attorno!
Uscirono nella via con le imposte addosso, uno, due, tre - le misero
a posto, quattro, cinque, sei - le sbarrarono e chiusero i
catenacci, sette, otto, nove - e prima che aveste potuto contare
fino a dodici, rieccoli dentro, ansanti come cavalli da corsa.
- Su, svelti! - gridò il vecchio Fezziwig, saltando giù dal suo
seggiolone con una prestezza meravigliosa. - Fate largo, ragazzi,
sgomberate! A te, Dick! Da bravo, Ebenezer! -
Sgomberare! Avrebbero fatto uno sgombero in tutta regola sotto gli
occhi del vecchio Fezziwig. In meno di niente era fatto. Ogni
oggetto mobile fu portato via come se dovesse sparire per sempre
dalla vita pubblica; l'impiantito spazzato e annaffiato, smoccolati
i lumi, ammontato il carbone sul fuoco; ed ecco mutato il magazzino
nella più acconcia ed asciutta e tiepida sala da ballo che si possa
desiderare in una sera d'inverno.
Ed ecco entrare un sonatore di violino col suo scartafaccio, e
arrampicarsi sul banco, e mutarlo in orchestra, e tentare certi
accordi che parevano dolori di stomaco. Ecco la signora Fezziwig,
grassotta e ridanciana. Ecco le tre signorine Fezziwig, raggianti e
adorabili, seguite dai sei giovanotti di cui esse spezzavano i
cuori. Ecco tutti i giovani e le giovani della casa. Ecco la
cameriera col cugino panettiere. Ecco la cuoca col lattivendolo,
amico intimo di suo fratello. Ecco il fattorino del magazzino
accanto, sospettato di scarsa nutrizione da parte del suo
principale, e tutto sollecito di nascondersi dietro la ragazza della
bottega dirimpetto, cui la padrona, come tutti sapevano, aveva
tirato le orecchie. Eccoli tutti, uno dopo l'altro; l'uno scontroso,
l'altro ardito, questi con grazia, quegli con goffaggine, chi
tirando e chi spingendo; eccoli tutti, in un modo o nell'altro.
Venti coppie in una volta si muovono, si danno la mano, girano in
tondo; dieci vengono avanti, tornano indietro; altre giratine
parziali in tanti gruppi quante sono le coppie; la prima coppia
attempata non è mai al suo posto, la prima coppia giovane si slancia
fuori di tempo, tutte in ultimo diventano prime coppie e la
confusione è al colmo e le risate rumoreggiano. A questo, il vecchio
Fezziwig batte le mani in segno di alto, grida "bravo!" e il
violinista immerge la faccia rubiconda in un boccale di birra,
preparato a posta. Ma, sdegnando il riposo, subito riattacca gli
accordi, benché non ci siano ballerini, come se il primo suonatore
fosse stato trasportato a casa, disfatto, sopra un'imposta, e
ch'egli fosse un suonatore nuovo di trinca risoluto ad eclissare il
rivale o a morire.
Ci furono altre danze, e poi giochi di penitenza, e danze da capo,
e una focaccia, e il ponce, e un gran pezzo di arrosto rifreddo, e
un altro gran pezzo di lesso rifreddo, e i pasticcini, e birra a
profusione. Ma il grande effetto della serata venne appresso, quando
il violinista (un bricconaccio che sapeva il fatto suo!) intonò la
contradanza "Sir Roger de Coverly". Si fece avanti il vecchio
Fezziwig per ballare con la signora Fezziwig, e a fare da prima
coppia, anche. Un bel lavoro! Ventiquattro coppie da guidare;
quarantotto frugoli coi quali non c'era mica da scherzare, che in
tutti modi volevano ballare e che non sapevano che cosa fosse
l'andar di passo!
Ma fossero stati il doppio, e tre e quattro volte tanti, il vecchio
Fezziwig te li menava come niente, e così pure la signora Fezziwig.
In quanto a lei, era degna di lui in tutto e per tutto; e se questo
vi par poco, dite voi che altro ho da dire. I polpacci di Fezziwig
raggiavano proprio; splendevano qua e là nella danza come due lune;
impossibile prevedere le fasi. E quando il vecchio Fezziwig e la
signora Fezziwig furono arrivati in fondo alla danza, - avanti,
indietro, le mani alla dama, inchino, giro, rigiro, avanti da capo,
di nuovo a posto, - il vecchio Fezziwig saltò con tanta sveltezza
che le gambe parvero saette e ricadde diritto come un fuso.
Battendo le undici, la brigata si sciolse. La coppia Fezziwig,
postasi di guardia alla porta, si accommiatò con una stretta di
mano da ciascuno degli invitati, augurando a tutti un allegro
Natale. Quando tutti furono partiti, meno i due commessi, anche con
questi fecero lo stesso; e così le allegre voci si dileguarono e i
due giovanotti se n'andarono a letto sotto un banco della
retrobottega.
Durante tutta questa scena, Scrooge avea come farneticato. Con
l'altro se stesso, tutta l'anima sua vi aveva preso parte.
Riconosceva ogni cosa, si ricordava, godeva, era agitatissimo. Solo
quando i visi luminosi dell'altro se stesso e di Dick furono
scomparsi, ei si risovvenne dello Spirito e sentì che questi lo
guardava fisso, mentre la luce del capo splendeva del massimo
fulgore.
- Niente ci vuole - disse lo Spirito - per inspirare a cotesta
povera gente tanta gratitudine.
- Niente! - ripeté Scrooge.
Lo Spirito gli fece cenno di ascoltare i due commessi, che si
espandevano in lode di Fezziwig, e poi disse:
- Non è forse vero? Non ha speso che qualche centinaio di lire della
vostra moneta mortale. Ti par tanto questo da meritare che lo si
levi a cielo?
- Non è questo - esclamò Scrooge, punto da quella domanda e parlando
inconsciamente come l'altro se stesso. - Non è questo, Spirito mio.
Egli ha modo di farci lieti o tristi; di rendere il nostro servizio
grave o leggero, gradito o faticoso. Che il suo potere sia soltanto
di parole e di occhiate, di cose così futili che non si possa
registrarle e sommarle, che vuol dir ciò? La felicità che ci dona
vale un tesoro. -
Sentì lo sguardo acuto dello Spirito e si fermò in tronco.
- Che c'è? - chiese lo Spirito.
- Niente - rispose Scrooge.
- Eppure - insistette lo Spirito - qualche cosa c'è.
- No - disse Scrooge - no. Soltanto vorrei poter dire una o due
parole al mio commesso. Ecco. -
L'altro se stesso spense i lumi, mentre egli pronunciava quelle
parole; e Scrooge e lo Spirito si trovarono di nuovo insieme
all'aria aperta.
- L'ora incalza - disse lo Spirito. - Presto! -
Ciò non era detto a Scrooge né ad altri ch'egli vedesse, ma
l'effetto fu immediato. Scrooge rivide se stesso. Era adulto, nel
fiore della vita. Non aveva ancora i lineamenti aspri di un'età più
matura; ma già portava la prima impronta delle cure e dell'avarizia.
C'era nell'occhio una mobilità irrequieta, avida, ardente, che
rivelava la passione radicata e dove sarebbe caduta l'ombra
dell'albero nascente.
Egli non era solo. Sedeva accanto a una bella fanciulla vestita a
bruno. Alla luce dello Spirito, brillavano di lacrime gli occhi di
lei.
- Poco importa - diceva ella con dolcezza - poco importa a voi.
Un'altra ha preso il mio posto; e se vi vorrà tutto il bene che vi
avrei voluto io e vi farà felice, non ho motivo di lamentarmi.
- Chi altra ha preso il vostro posto? - domandò egli.
- Un'altra che è di oro.
- Ecco la bella giustizia del mondo! - egli esclamò. - Siete povero,
vi accoppa; cercate di arricchirvi, vi dà addosso peggio che mai!
- Voi ne avete troppa paura del mondo - ribatté dolcemente la
fanciulla. - Tutte le vostre speranze si limitano a questa sola di
sottrarvi al suo sordido disprezzo. Io ho veduto le vostre più
nobili aspirazioni cadere ad una ad una fino a che la passione
dominante, il lucro, vi ha assorbito. Non è forse vero?
- E che perciò? Che male c'è se son divenuto più accorto? Verso di
voi non son mica mutato. -
Ella crollò il capo.
- Son forse mutato?
- È antica la nostra promessa. Ce la scambiammo quando tutti e due
eravamo contenti della povertà nostra, aspettando prima o dopo una
sorte migliore dal nostro stesso lavoro. Voi sì che siete mutato.
Eravate allora un altro uomo.
- Ero un ragazzo - ribatté egli con impazienza
- Ah no! - rispose la fanciulla - la coscienza vi fa sentire che non
eravate quel che siete adesso. Io sì. Quel che ci prometteva la
felicità quando avevamo un sol cuore, oggi che ne abbiamo due è
fonte di dolori. Non dirò quante volte e con che pena ho pensato a
questo. Vi basti che io ci abbia pensato e che possa ora rendervi la
vostra parola.
- L'ho mai forse ridomandata?
- A parole, no, mai.
- E in che modo dunque?
- Mutando in tutto, nel carattere, nelle abitudini, nelle
aspirazioni, in ogni cosa che vi faceva apprezzare il mio affetto
per voi. Se nulla ci fosse stato tra noi - soggiunse la ragazza
dolcemente ma con fermezza - ditemi, lo cerchereste ora
quell'affetto? Ah, no! -
Suo malgrado, egli parve arrendersi alla giustezza di quella
ipotesi. Disse nondimeno, facendosi forza:
- Voi non lo pensate.
- Così potessi pensare altrimenti - ribatté ella - e lo sa il cielo
se lo vorrei! Quando una verità dolorosa come questa l'ho
riconosciuta io stessa, so bene quanto sia forte e irresistibile. Ma
se voi foste libero oggi, domani, posso io credere che scegliereste
una ragazza senza dote, voi che nei momenti della più schietta
espansione, tutto valutate a peso di guadagno? E se mai per un solo
istante voleste tradire il principio che vi governa fino al punto di
sposarla, non so io forse che il giorno appresso sareste tormentato
dal pentimento? Lo so, ne sono sicura; però vi rendo la parola; ve
la rendo con tutto il cuore, per l'amore di quell'altro che prima
eravate. -
Egli fece per rispondere, ma ella proseguì voltandosi in là:
- Forse, la memoria del passato me lo fa quasi sperare, forse ne
soffrirete. Poco però, ben poco, e scaccerete subito ogni ricordo
come un sogno vano dal quale fu bene che vi svegliaste. Possiate
esser felice nella vita che vi siete scelta! -
Lo lasciò e si separarono.
- Spirito! - disse Scrooge, - non mostrarmi altro! Menami a casa:
Perché ti diletti a torturarmi?
- Un'altra sola ombra! - esclamò lo Spirito.
- No, no, basta! Non voglio vedere altro. Non mostrarmi altro! -
Ma lo Spirito inesorabile lo strinse fra le braccia e lo costrinse a
guardare ancora.
Erano altrove e la scena era mutata: una stanza, non vasta né bella,
ma comoda ed acconcia. Presso al fuoco d'inverno sedeva una bella
giovinetta così somigliante a quella di poc'anzi che Scrooge la
credette la stessa, fino a che non scorse proprio lei, l'altra,
divenuta ormai una graziosa matrona, seduta di faccia alla
figliuola. C'era nella stanza un fracasso dell'altro mondo, per via
di una vera nidiata di bambini che Scrooge, nell'agitazione sua, non
poteva contare; non erano già, come nella famosa canzone, quaranta
ragazzi che se ne stavano cheti come se fossero uno solo, ma invece
ciascuno di essi valeva per quaranta. Le conseguenze di ciò erano
così tumultuose che non si può dire; ma nessuno se ne dava pensiero;
invece madre e figlia se la ridevano cordialmente, e questa,
mescolatasi un tratto a quei giochi, fu subito crudelmente
saccheggiata da quei minuscoli briganti. Che cosa non avrei dato io
per essere uno di loro... benché così crudele non sarei stato mai,
no, no! Per tutto l'oro del mondo non avrei arruffato e tirato giù
quei capelli così bene aggiustati; e in quanto alla scarpettina
aggraziata, non gliel'avrei mica strappata a forza. Dio mi
benedica! Nemmeno per salvarmi dalla morte. Un'altra cosa non avrei
osato, che quei monelli facevano come se niente fosse: misurarle la
vita: perché avrei temuto di esserne punito, rimanendo col braccio
incurvato per tutta l'eternità. Eppure, lo confesso, avrei
desiderato tanto tanto sfiorare quelle sue labbra, farle qualche
domanda perché le aprisse, guardare le ciglia di quegli occhi
abbassati senza provocare un rossore, sciogliere quell'onda di
capelli di cui un sol ricciolino sarebbe stato un ricordo
inestimabile; e insomma avrei voluto avere la libertà di un ragazzo
ed essere abbastanza uomo da apprezzarne il valore.
Ma ecco, si sente bussare alla porta, e subito con tanta furia vi si
scagliano tutti, che la poverina, tutta ridente e con le vesti
gualcite, proprio nel mezzo del gruppo tumultuoso, trovasi davanti
al babbo che torna a casa in compagnia di un uomo carico di balocchi
e doni di Natale. Che strilli acuti, che lotta, che assalti
all'indifeso portatore! Che scalata gli davano montando sulle
seggiole, che frugamenti gli facevano per le tasche, come lo
spogliavano dei suoi fagotti, lo afferravano per la cravatta, gli
s'appendevano al collo, gli davano pugni nelle reni e calci nelle
gambe in segno d'irrefrenabile affezione! Che grida di stupore e di
giubilo allo svolgere di ogni fagotto! Che spavento è quello di
tutti quando si sorprende il più piccino nell'atto di cacciarsi in
bocca la padella della bambola e lo si sospetta di aver ingoiato un
tacchino di zucchero con tutta la tavoletta che lo sostiene! Che
sollievo immenso nel trovare che non ce n'era niente! Che gioia, che
gratitudine, che estasi! Tutte cose che non si possono descrivere.
Basta sapere che i ragazzi con tutte le loro emozioni uscirono dal
salottino, e su per una scaletta, uno dopo l'altro, se n'andarono a
dormire, lasciando la calma dove testé aveva infuriato la tempesta.
Ed ora Scrooge guardò più intento, perché il padrone di casa, mentre
la figliuola si appoggiava a lui con affetto, sedette con lei e con
la madre davanti al caminetto; e quando pensò che una creatura come
quella, graziosa e promettente, gli avrebbe dato il nome di padre e
avrebbe fatto fiorire una primavera nel triste inverno della sua
vita, si sentì la vista oscurata dalle lacrime.
- Bella - diceva il marito, sorridendo alla moglie, - oggi ho
incontrato un vecchio amico.
- Chi?
- Indovina!
- Come vuoi che faccia?... Zitto, ci sono - soggiunse ridendo come
lui. - Il signor Scrooge.
- Per l'appunto. Son passato per il suo banco; e siccome la finestra
non era chiusa e una candela ardeva di dentro, non ho potuto fare a
meno di vederlo. Il socio, sento dire, è in punto di morte; ed egli se
ne stava là solo. Solo nel mondo, credo.
- Spirito! - esclamò Scrooge con voce soffocata - toglimi di qui!
- Ti ho detto - rispose lo Spirito - che queste son ombre di quel
che fu. Non mi devi incolpare, se son ora quel che sono!
- Toglimi di qua! - tornò a pregare Scrooge. - Non resisto più! -
Si volse allo Spirito, e vedendo che questi lo guardava con un certo
strano viso nel quale si confondevano tutti i visi apparsigli fino
allora, gli si scagliò addosso.
- Lasciami! Riportami a casa. Non m'importunare di più! -
Nella lotta, se tale si poteva dire quella in cui lo Spirito, senza
visibile resistenza, rimaneva incrollabile e sereno a tutti gli
sforzi dell'avversario, Scrooge notò che la luce gli brillava sempre
più viva sul capo; e sospettando in quella la cagione dell'influenza
sopra di sé esercitata, afferrò di botto il cappello a spegnitoio e
con un rapido movimento glielo fece ingozzare.
Lo Spirito si accasciò sotto, in modo da esser tutto coperto dallo
spegnitoio; ma per quanta forza mettesse Scrooge a premere con le
due mani, non riusciva a nascondere la luce, la quale sfuggiva in
onde dal labbro e spandevasi sul suolo.
Egli si sentiva fiaccato e una sonnolenza irresistibile lo vinceva;
sentiva anche di trovarsi in camera propria. Diede allo spegnitoio un
lattone d'addio, allentò le mani ed ebbe appena il tempo di
raggomitolarsi nel letto prima di cadere in un sonno profondo.
Il secondo
dei tre spiriti
Destato
nel pieno di un russo prodigiosamente fragoroso e sorgendo a sedere
nel mezzo del letto per raccogliere i suoi pensieri, Scrooge non
ebbe bisogno di sentirsi dire che il tocco stava per suonare da
capo. Sentiva di esser tornato in sé al momento preciso per
abboccarsi col secondo messo mandatogli per mezzo di Giacobbe Marley.
Se non che, per un molesto ribrezzo che lo pigliò pensando a quale
delle cortine il novello Spirito si sarebbe affacciato, le aprì
tutte con le proprie mani; poi, rimettendosi a giacere, stette tutto
vigile a guardare intorno. Voleva subito affrontar lo Spirito e non
già spiritar dalla sorpresa.
Le persone franche, le quali si vantano di non conoscere che un paio
di emozioncelle e di star sempre salde ad ogni sorpresa, esprimono
la vasta misura del loro coraggio impassibile dicendosi buone così
per una partita a birilli come per sbudellare un uomo in duello. Tra
i due estremi ci deve essere però un campo piuttosto vasto e
variato. Senza osare di mettere Scrooge a quell'altezza, vorrei
nondimeno farvi credere ch'egli era pronto a molte e strane
apparizioni e che nulla, dalla vista di un bambino a quella di un
rinoceronte, gli avrebbe recato un grande stupore.
Ora, l'essere preparato a tutto non voleva mica dire che egli fosse
preparato a niente; e per conseguenza, quando il tocco squillò e nessun'ombra apparve, fu preso da un violento tremore. Cinque
minuti passarono, dieci, quindici, e niente veniva. Egli intanto,
sempre giacente sul letto, si vedeva fatto centro di una gran luce
rossastra, piovutagli sopra nel punto stesso in cui l'ora era
battuta; la quale luce, non essendo altro che luce, era più
spaventevole di una dozzina di spiriti, non potendo egli indovinare
che cosa volesse dire e che ne uscirebbe. A momenti, lo pigliava il
timore di essere egli stesso un caso interessante di combustione
spontanea, senza aver neppure la consolazione di saperlo. Alla fine,
però, incominciò a pensare - come voi ed io avremmo pensato subito,
perché le persone estranee al caso sanno sempre egregiamente quel
che si doveva fare nel tal caso e lo avrebbero fatto senz'altro -
alla fine, dico, incominciò a pensare che l'arcana sorgente di
cotesta luce spiritica potesse essere nella camera contigua; dalla
quale infatti, seguendone i raggi, la si vedeva scaturire. Preso da
quest'idea, si alzò piano e se n'andò strascicando in pantofole verso la porta.
Nel punto stesso che metteva la mano sul saliscendi una strana voce
lo chiamò per nome e gl'impose di venire avanti. Scrooge obbedì.
Era la sua camera, proprio quella, ma trasformata mirabilmente.
Pendevano dal soffitto e dalle pareti tante frasche verdeggianti, da
formare un vero boschetto, di mezzo al quale le bacche lucenti
mandavano raggi di fuoco vivo. Le frondi grinzose delle querce,
dell'edera, dell'agrifoglio rimandavano la luce, come specchietti
tremolanti; e una vampa così poderosa rumoreggiava su per la gola
del camino, che quel gelido focolare non aveva mai visto qualcosa di simile a
tempo di Scrooge e di Marley o per molti e molti inverni passati.
Ammontati per terra, quasi a formare una specie di trono, si vedevano
tacchini, forme di cacio, caccia, polli, grandi pezzi di carne
rifredda, porcellini di latte, lunghe ghirlande di salsicce, focacce
e pasticcini, barili di ostriche, castagne bruciate, mele rubiconde,
arance succose, pere melate, ciambelle immani, tazzoni di ponce
bollente, che annebbiavano la camera col loro delizioso vapore.
Si adagiavano su cotesto giaciglio un allegro Gigante, magnifico
all'aspetto, il quale brandiva con la destra una torcia fiammante,
quasi a foggia di un corno di Abbondanza, e l'alzava, l'alzava, per
gettarne la luce sulla persona di Scrooge nel punto che questi
spingeva dentro il capo dalla porta socchiusa.
- Entra! - gridò lo Spirito. - Entra! E impara a conoscermi, uomo! -
Scrooge entrò timidamente e piegò il capo davanti allo Spirito. Non
era più l'arcigno Scrooge di prima; e benché gli occhi di quello
fossero limpidi e buoni, non gli piaceva troppo di incontrarli.
- Io sono lo spirito di questo Natale - disse lo Spirito. -
Guardami! -
Scrooge reverente obbedì. Portava lo Spirito una semplice veste
verde-cupo, o tunica che fosse, orlata di pelo bianco, la quale con
tanta scioltezza gli pendeva indosso, che l'ampio torace sporgeva
nudo come sdegnoso di celarsi o difendersi in alcun modo. Anche i
piedi, sotto alle ampie pieghe della veste, erano nudi; e sul
capo, nessun altro cappello che una ghirlanda d'agrifoglio
aggraziata da ghiaccioli scintillanti. Lunghi e fluenti i riccioli
della chioma nera; liberi, come il viso era aperto e geniale, lucido
l'occhio, aperta la mano, gioconda la voce, franchi gli atti,
ridente l'aspetto. Legata alla cintura portava un'antica guaina,
senza lama dentro e tutta mangiata dalla ruggine.
- Un altro come me, - esclamò lo Spirito, - tu non l'hai visto mai!
- Mai, - rispose Scrooge.
- Non sei andato attorno coi più giovani della mia famiglia; voglio
dire (perché io sono giovanissimo) i miei fratelli maggiori nati in
questi ultimi anni?
- Non mi pare, - disse Scrooge. - temo di no. Avete avuto molti
fratelli, Spirito?
- Più di milleottocento, - rispose lo Spirito.
- Una famiglia tremenda a mantenere! - borbottò Scrooge.
Lo Spirito si alzò.
- Spirito, - pregò Scrooge in atto sommesso, - menatemi dove vi
piace. Stanotte scorsa sono andato fuori per forza ed ho imparato
una lezione che già mi va lavorando dentro. Questa notte qui, se
m'avete da insegnar qualche cosa, fate che io ne approfitti.
- Tocca la mia veste! -
Scrooge non se lo fece dire due volte e vi si tenne saldo.
Agrifoglio, querce, bacche rosse, edera, tacchini, cacio, polli,
caccia, pezzi di carne, porcellini, salsicce, ostriche, focacce,
pasticci, frutta, ponce, tutto sparì all'istante. E così pure la
camera, e il fuoco, e la vampa rosseggiante, e l'ora della notte. Ed eccoli tutti e due, la mattina di Natale, per le vie della città,
dove la gente faceva una certa musica barbaresca, ma non affatto
spiacente, raschiando la neve davanti alle case o di sopra ai tetti,
donde, fra le gioconde acclamazioni dei ragazzi, piovevano le
bianche falde e turbinavano nell'aria burrasche artificiali.
Nere parevano le case, più nere le finestre, tra il bianco e morbido
lenzuolo di neve steso sui tetti e la neve, un po' meno pulita, che
copriva il suolo. Questa era stata dissodata ed arata in solchi
profondi dalle ruote dei carri e delle carrozze; e cotesti solchi,
all'incrociarsi delle vie principali, s'intersecavano cento e cento
volte, facendo intricati canali nella mota giallognola e nell'acqua
diacciata. Il cielo era fosco, e le vie più anguste erano affogate
da una densa nebbia che cadeva in nevischio e in pioggia di atomi
fuligginosi, come se tutti i camini della Gran Bretagna avessero
preso fuoco di comune accordo e allegramente divampassero. In verità
né il tempo era molto allegro né la città, e nondimeno una certa
allegrezza spandevasi intorno che il più limpido cielo e il più
splendido sole d'estate non avrebbero potuto dare.
Perché la gente che spazzava i tetti era piena di brio e di
contentezza; si chiamavano da una casa all'altra, si scambiavano di
tanto in tanto una pallottola di neve - proiettile più innocuo di
parecchi frizzi - ridendo cordialmente se coglievano giusto e non
meno cordialmente se sbagliavano la mira. Le botteghe dei pollaioli
erano ancora mezzo aperte, quelle dei fruttivendoli raggiavano
gloriose. Qua, dei grossi panieri di castagne, rotondi, panciuti,
simili agli ampi panciotti di vecchi corcontenti, tentennavano fuori
della porta, pronti a rovesciarsi nella via della loro apoplettica
corpulenza. Là, delle cipolle di Spagna, rossastre, gonfie, lucenti
nella loro carnosità come frati di Spagna, occhieggiavano
furbescamente dall'alto delle scansie alle ragazze che passavano
guardando di sottecchi ai rami sospesi di visco. E poi, pere e mele,
ammontate in piramidi fiorenti; mazzi di grappoli che la benevolenza
del venditore aveva sospesi bene in vista, perché la gente si
sentisse l'acquolina in bocca e si rinfrescasse;
montagne di nocciole, muscose e brune, che ricordavano con la loro
fragranza antiche passeggiate nei boschi dove s'affondava fino alla
noce del piede nelle foglie secche; biffins di Norfolk, paffuti e
nericci, che rialzavano il giallo degli aranci e dei limoni, e nella
compattezza delle succose persone urgevano e pregavano per essere
portati a casa bene avvolti nella carta e mangiati dopo desinare.
Gli stessi pesci d'oro e d'argento, esposti in tanti boccali fra
tanta ricchezza di frutta, benché appartenessero ad una razza
malinconica e fredda, si accorgevano in certo modo che qualche cosa
d'insolito accadeva, e tutti, grossi e piccini, giravano e
rigiravano aprendo la bocca per il loro piccolo mondo in una lenta e
tranquilla agitazione.
E le drogherie! Oh, le drogherie! Chiuse a metà, o solo con una o
due imposte tolte via; ma che bellezza di spettacolo traverso a
quelle aperture! E non era soltanto che le bilance suonassero
allegramente sul marmo del banco, o che le forbici tagliassero così
svelte lo spago degli involti, o che i barattoli passassero
rumoreggiando di mano in mano come bussolotti, o che i profumi
mescolati del tè e del caffè accarezzassero il naso, o che i
grappoli di uva passa fossero così pieni e biondi, e le mandorle
così candide, e la cannella così lunga e dritta, e così squisite
l'altre spezie, e le frutta candite così ben vestite e brillanti di
zucchero da commuovere e far sdilinquire i più freddi spettatori. E
non era nemmeno che i fichi fossero sugosi e polputi, o che le
susine di Francia arrossissero nella loro agrezza pudica nelle
scatole riccamente adorne, o che ogni cosa fosse buona da mangiare e
si mostrasse nei suoi abiti della festa natalizia. Ma gli avventori
bisognava vedere! Gli avventori ansiosi e frettolosi, i quali per
godere le provviste della giornata, si rotolavano l'uno sull'altro
alla porta, si urtavano coi panieri, lasciavano sul banco la roba
comprata, tornavano correndo a riprenderla, facendo cento errori
simili con la maggior possibile allegria; mentre il droghiere e i
suoi garzoni erano così franchi e gioviali che i lucidi fermagli a
cuore dei loro grembiuli potevano passare per i loro cuori, esposti
all'osservazione generale e a disposizione di chi più li volesse.
Ma di lì a poco le campane chiamarono la buona gente in chiesa o
alla cappella, ed eccoli sbucare in frotta dalle vie con gli abiti
della festa e i visi più allegri. E, nel punto stesso, ecco
scaturire da vicoletti, androni, chiassuoli, una moltitudine di
gente che portava il suo desinare al fornaio. La vista di cotesti
poveri festaioli pareva star molto a cuore allo Spirito, il quale,
con a lato Scrooge, si fermò sulla soglia di un forno, e sollevando
i coperchi dei piatti via via che passavano, spargeva incenso sulle
vivande con una scossa della sua torcia. Strana torcia era questa,
perché una o due volte, essendo corse parole vivaci fra alcuni di
quei portatori di desinari, egli ne schizzò una spruzzaglia di acqua
che subito li fece tornare di buon umore. Era una vergogna,
dicevano, bisticciarsi il giorno di Natale. E così era in effetto!
Dio di misericordia, così era!
Una dopo l'altra tacquero le campane e i forni si chiusero; eppure,
nel vapore umido che si librava sopra ogni forno, le cui stesse
pietre fumavano come se anch'esse si cocessero, c'era una gioconda
irradiazione di tutti cotesti desinari e del cuocersi lento.
- C'è forse un sapore speciale nello spruzzo della vostra torcia? -
domandò Scrooge.
- C'è. Il mio.
- E si può comunicare a qualunque desinare d'oggi?
- A qualunque desinare cordialmente offerto, e soprattutto ai più
poveri.
- Perché?
- Perché i più poveri ne hanno più bisogno.
- Spirito, - disse Scrooge dopo aver pensato un momento, - io
stupisco che proprio voi, fra tutti gli esseri dei tanti mondi che
girano intorno, proprio voi vi siate accollato l'ufficio di lesinare
a questa gente le occasioni di un piacere innocente.
- Io! - esclamò lo Spirito.
- Voi togliete loro il mezzo di desinare ogni settimo giorno, che è
spesso il solo giorno in cui si possa dire che siedono a mensa. Non
è forse vero?
- Io! - esclamò lo Spirito.
- Non siete voi che volete chiusi questi forni il settimo giorno? Mi
pare che torni lo stesso.
- Io voglio cotesto! - esclamò lo Spirito.
- Perdonatemi se ho torto. In vostro nome si fa, o almeno in nome
della vostra famiglia, - disse Scrooge.
- Vivono alcuni su cotesta tua terra, - rispose lo Spirito, - i
quali si figurano di conoscer noi e compiono in nome nostro i loro
atti di ira, orgoglio, malvagità, odio, invidia, ipocrisia, egoismo;
e costoro sono così estranei a noi e a tutta la nostra famiglia come
se mai fossero venuti al mondo. Ricordati questo, e le azioni loro
addebita a loro, non già a noi. -
Scrooge promise che così avrebbe fatto; e andarono oltre, invisibili
come prima, per entro ai sobborghi della città. Una singolare virtù
aveva lo Spirito (già da Scrooge notata pocanzi) che, ad onta della
gigantesca statura, ei s'acconciava comodamente dovunque, e che
sotto il tetto più basso serbava la stessa grazia e la stessa
dignità soprannaturale che avrebbe spiegato sotto le volte maestose
di un palazzo.
E fu per avventura la compiacenza che il buono Spirito trovava nel
far mostra di cotesto suo potere, o forse la sua stessa natura
generosa e cordiale e la sua simpatia per tutti i poveri, che lo
portò difilato a casa del commesso di Scrooge. Ivi si recò,
traendosi dietro Scrooge, attaccato al lembo della veste; e giunto
sulla soglia, lo Spirito sorrise e si fermò per benedire la dimora
di Bob Cratchit con gli spruzzi della sua torcia. Figurarsi! Bob non
aveva che quindici bob alla settimana, come il popolo chiama gli
scellini; tutti i sabati intascava appena quindici esemplari del suo
nome di battesimo; eppure lo Spirito di Natale volle benedire quella
sua casetta di quattro camere.
Si alzò allora la signora Cratchit, la moglie di Bob, con indosso
una povera veste due volte rivoltata, ma tutta galante di nastri, i
quali costano poco e fanno una figura vistosa. E la signora Cratchit
mise la tovaglia, con l'aiuto di Belinda Cratchit, secondogenita,
anch'ella raggiante di nastri; mentre il piccolo Pietro Cratchit,
chinandosi per immergere una forchetta nella pentola delle patate,
riusciva a cacciarsi in bocca le punte del suo mostruoso collo di
camicia (proprietà paterna, conferita al figlio ed erede in onore
della festa) e bruciava dalla voglia di far pompa di tanta
biancheria nelle passeggiate alla moda. Due Cratchit più piccini,
maschio e femmina, irruppero dentro gridando che fuori dal forno avevano sentito l'odore dell'oca e che l'avevano riconosciuta per
l'oca loro; e inebriandosi nella festosa visione di una salsa di
salvia e cipolla, i due piccoli Cratchit si misero a danzare
intorno alla tavola, e levarono a cielo il signor Pietro, il quale,
umile in tanta gloria benché quasi soffocato dal collo immane,
soffiava nel fuoco, fino a che le patate levarono il bollore e
picchiarono forte al coperchio della pentola per esser tratte fuori
e pelate.
- Che fa il babbo che non si vede! - disse la signora Cratchit. - E
vostro fratello, Tini Tim? E Marta? L'altro Natale era già qui da
mezz'ora!
- Ecco Marta, mamma! - disse una giovinetta entrando.
- Ecco Marta, mamma! - gridarono i due Cratchit piccini. - Se
sapessi che oca c'è, Marta, che oca!
- Ah, figliuola mia, che Dio ti benedica, come vieni tardi! - disse
la signora Cratchit, baciandola una dozzina di volte e togliendole
lo scialletto e il cappellino con materna sollecitudine.
- Abbiamo avuto un sacco di lavoro da finire, rispose la fanciulla,
- e s'aveva a consegnarlo stamane, mamma.
- Bene, bene! Adesso che ci sei, non importa, - disse la signora
Cratchit. - Mettiti un po' qui al fuoco, cara, datti una fiammatina,
che il Signore ti benedica!
- No, no! Ecco papà che viene, - gridarono i due piccoli Cratchit,
che si trovavano nel momento stesso dappertutto. - Nasconditi, Marta,
nasconditi! -
E Marta si nascose; e subito, ecco entrare Bob, il padre, con tre
braccia di cravatta pendente davanti, senza contar la frangia, coi
vestiti ben rimendati e spazzolati per parer di festa, e con Tiny
Tim sulla spalla. Povero Tiny! Portava una gruccetta e una
macchinetta di ferro per tenersi ritto!
- E Marta dov'è? - esclamò Bob guardandosi attorno.
- Non viene - rispose la moglie.
- Non viene! - ripetette Bob, perdendo di botto tutta l'allegria con
la quale aveva trottato per conto di Tiny dalla chiesa fino a casa. -
Non viene, il giorno di Natale! -
Marta mal soffriva di vederlo scontento, fosse anche per celia;
sicché sbucò prima del tempo dal suo nascondiglio e gli si gettò fra
le braccia, mentre i due piccoli Cratchit si pigliavano Tiny Tim e
se lo portavano nel lavatoio per fargli sentire come cantava il
budino nella casseruola.
- E come s'è comportato il piccolo Tim? - domandò la signora Cratchit,
dopo aver motteggiato Bob sulla sua credulità e dopo che questi si
fu saziato di abbracciar la figliuola.
- Come un angelo, - rispose Bob, - e meglio ancora. Stando tanto
tempo a sedere, diventa meditativo e non ti puoi figurare che strani
pensieri gli vengono. M'ha detto or ora, tornando a casa, che
sperava essere stato guardato in chiesa dalla gente, storpio com'è,
e che deve far piacere, il giorno di Natale, ricordarsi di colui che
fece camminare i poveri zoppi e vedere i ciechi. -
La voce di Bob tremava un poco così dicendo, e più forte tremò
quando soggiunse che Tim s'andava facendo più sano e più forte.
S'udì l'agile gruccetta sbattere sull'impiantito, e Tiny Tim subito
riapparve, accompagnato dal fratello e dalla sorella fino al suo
sgabelletto accanto al fuoco. Bob intanto, rimboccate le maniche -
quasi che, poveretto, si potessero consumare di più! - faceva in una
brocca un suo miscuglio di ginepro e limone e girava e rigirava e lo
metteva sul fuoco a bollire; mentre il piccolo Pietro coi due
Cratchit onnipresenti correvano a prendere l'oca, con la quale
tornarono di lì a poco in processione solenne.
Tanto fu il trambusto che ne seguì da far pensare che un'oca fosse
il più raro fra i volatili, un fenomeno pennuto, al cui confronto un
cigno nero era la bestia più naturale di questo mondo: e davvero in
quella casa c'era da credere che così fosse. La signora Cratchit
fece friggere il succo, già preparato in una padellina; Pietro, con
vigore incredibile, si diede a schiacciare le patate; la signorina
Belinda inzuccherò il contorno di mele; Marta strofinò le scodelle;
Bob si fece seder vicino Tiny Tim a un cantuccio della tavola; i due
piccoli Cratchit disposero le sedie per tutti, non dimenticando se
stessi, e piantatisi di guardia ai posti loro si cacciarono i
cucchiai in bocca per non gridar prima del tempo di voler l'oca.
Alla fine, messi i piatti, fu detto il benedicite. Successe un
momento di silenzio profondo, mentre la signora Cratchit, guardando
lungo il filo del coltello, si preparò a trafiggere la bestia. Ma
quando il coltello fu immerso, quando sboccò dalla ferita il ripieno
tanto aspettato, un mormorio di allegrezza si levò tutt'intorno alla
tavola, e lo stesso Tiny Tim, messo su dai due piccoli Cratchit, si
diede a battere sulla tovaglia col manico del coltello e fece sentire
un suo debole evviva!
Un'oca simile non s'era mai data. Disse Bob che, secondo lui, un'oca
di quella fatta non era stata cucinata mai. La sua tenerezza, il
profumo, la grassezza, il buon mercato furono oggetto
dell'ammirazione universale. Col rinforzo del contorno di mele e
delle patate, il pranzo era sufficiente: anzi, come diceva tutta
contenta la signora Cratchit guardando ad un ossicino nel piatto,
non s'era potuto mangiar tutto! Eppure ciascuno s'era satollato, e i
due Cratchit minuscoli specialmente erano immollati di salvia e
cipolle fino agli occhi! Ma ora, mutati i piatti dalla signorina
Belinda, la signora Cratchit uscì sola - tanto era nervosa da non
voler testimoni - per prendere il budino e portarlo in tavola.
E se il budino non era a tempo di cottura! E se si rompeva nel
voltarlo! E se qualcuno, di sopra al muro del cortile, se l'avesse
rubato mentre di qua si faceva tanta festa all'oca! I due piccoli
Cratchit si fecero lividi a quest'ultima supposizione. Ogni sorta di
orrori furono immaginati.
Olà! Questo sì ch'è fumo! Il budino è fuori della casseruola. Che
odor di bucato! È il tovagliolo che lo involge. Un certo odore che è
tutt'insieme di trattoria e del pasticciere accanto e della
lavandaia che sta a uscio e bottega! Questo poi era il budino. In
meno di niente, ecco entrare la signora Cratchit, accesa in volto,
ma ridente e gloriosa, col budino in trionfo, simile a una palla di
cannone chiazzata, liscia, compatta, ardendo in un quarto di
quartuccio d'acquavite in fiamme, e con in cima bene infisso
l'agrifoglio di Natale.
Oh, un budino stupendo! disse Bob, gravemente, ch'egli lo riguardava
come il massimo trionfo della signora Cratchit dal matrimonio in
poi. La signora Cratchit, liberatasi ormai di quel gran pensiero,
confessò schiettamente di essere stata un po' in dubbio sulla
quantità della farina. Ciascuno disse la sua, ma nessuno osservò o
pensò che un budino di quella fatta fosse scarso per una famiglia
numerosa. Questa sarebbe stata un'eresia bell'e buona, e l'ultimo
dei Cratchit ne avrebbe arrossito fino alla radice dei capelli.
Alla fine, terminato il desinare, si sparecchiò, si spazzò il camino,
si attizzò il fuoco. Assaggiato e trovato squisito il miscuglio
nella brocca, furono messe in tavola mele ed arance e una palettata
di castagne sul fuoco. Allora tutta la famiglia si strinse presso al
fuoco in circolo, come Bob diceva per significare un semicircolo; e
accanto a Bob fu messo tutto il servizio di cristalli: due bicchieri
e un vasettino da crema, senza manico. I tre recipienti però
raccolsero la calda bevanda né più né meno che tre coppe d'oro
avrebbero fatto; e Bob la servì intorno con viso raggiante, mentre
le castagne sul fuoco barbugliavano e scoppiettavano. Poi Bob disse
forte:
- Un allegro Natale a tutti noi, cari miei. Dio ci benedica! -
Tutta la famiglia ripetè l'augurio.
- Dio benedica tutti quanti siamo! - disse, ultimo di tutti, Tiny
Tim.
Sedeva sul suo sgabelletto, proprio accosto al padre. Bob gli teneva
la manina scarna per meglio fargli sentire il suo affetto, e se lo
voleva sempre vicino, e quasi aveva paura di vederselo portato via.
- Spirito, - disse Scrooge con insolita sollecitudine, - dimmi se
Tiny Tim vivrà.
- Vedo un posto vuoto - rispose lo Spirito, - all'angolo del povero
focolare, e una gruccetta gelosamente custodita. Se queste ombre non
muterà l'avvenire, il fanciullo morirà.
- No, no, - esclamò Scrooge. - Oh no, buono Spirito! Dimmi che sarà
risparmiato.
- Se queste ombre non muterà l'avvenire, nessun altro della mia
stirpe, - rispose lo Spirito, - lo troverà qui. Che monta? S'egli
muore, tanto meglio, perché di tanto scemerà il soverchio della
popolazione. -
Scrooge abbassò il capo, udendo le proprie parole citate dallo
Spirito, e si accasciò sotto il pentimento e il dolore.
- Uomo, - disse lo Spirito, - se d'uomo è il tuo cuore e non di
adamante, lascia cotesto tuo tristo linguaggio, finché non saprai
qual è quel soverchio e dov'è. Osi tu forse decidere quali uomini
debbano vivere, quali morire? Può darsi che agli occhi del cielo, tu
sii più indegno di vivere che non milioni di creature simili al
fanciullo di questo povero uomo. Oh Dio! Udir l'insetto sulla foglia
pronunciare che c'è troppi viventi fra i suoi fratelli affamati
nella polvere! -
Tremò Scrooge al fiero rabbuffo e abbassò umile gli occhi. Ma subito
li rialzò, udendo pronunziare il suo nome.
- Al signor Scrooge! - disse Bob; - propongo un brindisi al signor
Scrooge, protettore di questa festa!
- Bel protettore davvero! Esclamò la signora Cratchit facendosi
rossa. - Lo vorrei qui, lo vorrei. Gli darei una certa festa a modo
mio, che non gli andrebbe mica a genio.
- Mia cara, - disse Bob, - ci sono i ragazzi; è Natale!
- Un bel giorno di Natale - ribatté la moglie - se s'avesse a bere
alla salute di un uomo così odioso, taccagno, duro, egoista come
quello Scrooge. Tu lo sai, Bob! Nessuno lo sa meglio di te,
poveretto!
- Cara mia, - ripeté Bob con dolcezza, - è Natale.
- Berrò alla sua salute per amor tuo e perché è Natale, - disse la
signora Cratchit, - per lui no. Cento di questi giorni, un allegro
Natale e felice capo d'anno! Starà proprio allegro e felice,
figurati! -
I ragazzi bevvero anch'essi alla salute di Scrooge. Era il primo dei
loro atti che non fosse cordiale. Tiny Tim bevve in ultimo, ma non
gliene importava niente. Scrooge era l'Orco della famiglia. Il solo
nome di lui aveva gettato sulla lieta brigata un'ombra, che non si
dileguò per cinque buoni minuti.
Dopo che fu svanita, tornò l'allegria dieci volte più schietta, per
il
solo sollievo di essersi sbrigati di Scrooge il Malo.
Bob Cratchit disse loro di avere in vista un certo posticino per
messer Pietro che avrebbe portato in casa una sommetta di sei lire e
cinque soldi la settimana. I due Cratchit minuscoli si sganasciarono
dalle risa all'idea che Pietro diventava uomo d'affari; e Pietro,
per conto suo, guardò tutto pensoso al fuoco di mezzo alle punte del
collo, quasi ventilando dentro di sé che sorta d'investimenti
avrebbe preferito quando fosse entrato in possesso di una rendita
così sbalorditiva. Marta, povera apprendista da una crestaia, disse
allora che sorta di lavoro aveva da fare e quante ore di fila
lavorava e che si voleva levar tardi il giorno appresso e godersi il
riposo della festa. Disse pure di aver visto qualche giorno fa una
contessa e un gran signore, e che il signore aveva su per giù la
statura di Pietro; al che, Pietro si tirò così alto il collo che non
gli avreste più visto il capo. E intanto, castagne e bevande
andavano intorno; e poi ci fu una canzone a proposito di un ragazzo
smarrito nella neve, e la cantò Tiny Tim; la cantò con la sua vocina
dolente, ma molto bene davvero, molto bene.
Niente di nobile in tutto ciò. La famiglia non era bella; nessuno
sfoggio di vestiti; le scarpe tutt'altro che impermeabili; meschina
la biancheria; forse e senza forse Pietro aveva anche fatto una certa
conoscenza col rigattiere. Ma erano felici nondimeno, riconoscenti,
lieti di trovarsi insieme; e nel punto stesso che si dileguavano,
sembrando ancor più felici nella pioggia di luce di cui gl'inondava
la torcia dello Spirito in segno d'addio, Scrooge li guardò fisso, soprattutto Tiny Tim, fino all'ultimo istante.
Calava intanto la notte e cadeva fitta la neve: e mentre Scrooge e lo
Spirito andavano per le vie, era mirabile lo splendore dei fuochi
rugghianti nelle cucine, nei tinelli, in ogni sorta di stanze. Qua,
la fiamma vacillante mostrava i preparativi di un buon pranzetto,
coi piatti messi in caldo davanti al fuoco, con le spesse tendine
rosse pronte ad essere abbassate per tener fuori il freddo e le
tenebre. Là, tutti i ragazzi della casa sbucavano correndo nella
neve per essere i primi a salutare le sorelle maritate, i fratelli,
gli zii, le zie, i cugini, le cugine. Qua, ancora, si ripercotevano
sulle tende le ombre dei convitati; e là, un gruppo di belle
fanciulle, tutte incappucciate e con gli stivaletti impellicciati, e
tutte chiacchierando a coro, se n'andavano saltellanti da qualche
loro vicino; e guai allora allo scapolo - e ben lo sapevano le
furbe! - guai allo scapolo che le avesse viste entrare in un baleno
di luce e di bellezza!
Dal numero della gente che si avviava alle amichevoli riunioni,
c'era da figurarsi che nessuno fosse in casa per ricevere, mentre
invece in ogni casa s'aspettava gente e si facevano enormi fiammate
nei caminetti. Come esultava lo Spirito, Dio benedetto! Come
scopriva l'ampio torace, come apriva la palma capace, e si librava
alto, versando su tutto con mano generosa lo splendore della sua
gioia innocente! Perfino il lumaio, che correva avanti punteggiando
di luce le vie tenebrose, già agghindato per passar la sera in
qualche posto, rise forte quando lo Spirito gli fu accanto, benché
non sapesse di aver altra compagnia che quella del Natale!
Di botto, senza che lo Spirito ne desse avviso con una parola, si
trovarono in una deserta e malinconica palude, disseminata di massi
mostruosi di pietra greggia, come se fosse un cimitero di giganti.
L'acqua si spandeva libera dove più le piacesse, o almeno così
avrebbe fatto se il gelo non l'avesse imprigionata. Non vi cresceva
altro che musco, ginestra, erbaccia. Giù, verso occidente, il sole
al tramonto aveva lasciato una striscia infuocata, che un momento
balenò, come il vivido sguardo di un occhio dolente, su quella
desolazione, e via via velandosi sotto le palpebre si spense
nell'orrore di una notte profonda.
- Che è qui? - domandò Scrooge.
- Qui - rispose lo Spirito - vivono i minatori, i quali lavorano nel
ventre della terra. Ma essi mi conoscono. Guarda! -
Brillò una luce alla finestrella di una capanna e subito andarono
verso di quella. Attraversando il muro di sassi e mota, trovarono
una gaia brigata raccolta intorno a un bel fuoco. Un vecchio
decrepito e la sua donna, coi loro figli, e i figli dei figli, e
un'altra generazione per giunta, rilucevano tutti nei loro abiti di
festa. Il vecchio, con una voce che di rado si levava sui sibili del
vento all'aperto, cantava loro una canzone di Natale, una canzone
già antica di molto quando egli era ragazzo; di tanto in tanto, gli
altri a coro ripetevano il ritornello. Alzandosi le voci loro, si
alzava anche e diveniva più gioconda la voce del vecchio; finito il
ritornello, cadeva insieme la voce di lui.
Non s'indugiò lo Spirito fra quella gente, ma imponendo a Scrooge di
tenerglisi forte alla veste, varcò tutta la palude e si librò... sul
mare, forse? Sì, proprio, sul mare. Voltandosi indietro, Scrooge
ebbe ad inorridire vedendo lontano le rive, una fila spaventevole di
scogli; e lo intronava il tuono dei flutti furiosi che fra le atre
caverne scavate si avvolgevano, muggivano, infuriavano, fieramente si
sforzavano di minar la terra.
Eretto sopra un banco di rocce basse, una lega all'incirca dalla
riva, contro le quali si rompevano le acque per quanto lungo era
l'anno, stava solitario un faro. Aderivano alla base enormi viluppi
di alghe, e gli uccelli della tempesta - partoriti forse dal vento
come l'alga del mare - vi svolazzavano intorno alzandosi e
abbassandosi come le onde che sfioravano con l'ala.
Ma anche qui, due guardiani avevano acceso un loro fuoco, e questo
traverso alla feritoia del muro massiccio mandava un raggio lucente
sulle tenebre del mare. Stringendosi le mani callose di sopra alla
rozza tavola e al loro boccale di ponce, si davano l'un l'altro il
buon Natale; e il più vecchio dei due, dalla faccia accarnata e
cicatrizzata dalle intemperie come una di quelle teste scolpite che
sporgono dalla prua di una vecchia nave, intonò una selvaggia
canzone che poteva parere una raffica.
E lo Spirito andava, andava sempre sulle onde cupe e anelanti, fino
a che, lontani da ogni riva, com'egli disse a Scrooge, raccolsero il
volo sopra un bastimento. Qua il pilota alla sua ruota, lassù nella
gabbia la vedetta, più in là gli ufficiali di quarto: figure
fantasticamente immobili: ma ciascuno di loro canticchiava una
canzone di Natale, o pensava a Natale, o di qualche passato Natale
parlava basso al compagno con soavi speranze di ritorno. E ciascuno
a bordo, desto o dormiente, buono o malvagio, aveva avuto per
l'altro una parola più gentile che in qualunque altro giorno
dell'anno; aveva partecipato in una certa misura alla festa; aveva
ricordato i cari lontani, pensando con dolcezza al loro memore
affetto.
Fu per Scrooge una gran sorpresa, mentre badava ai gemiti del vento
e pensava alla terribilità del muoversi fra le tenebre vaneggianti
sopra una ignota voragine, profonda e segreta come la morte, fu per
Scrooge una gran sorpresa, così assorto com'era, l'udire una risata
squillante. E crebbe la sorpresa a mille doppi, quando riconobbe
la voce del proprio nipote e si trovò in un salottino ben
rischiarato, ben caldo, aggiustato, con accanto lo Spirito che
sorrideva e che fissava quel medesimo nipote con uno sguardo di
compiacenza.
- Ah, ah! - rideva il nipote di Scrooge. - Ah, ah, ah! -
Se mai, per un caso poco probabile, vi capitasse d'incontrare un
uomo che ridesse più cordialmente del nipote di Scrooge, io vi dico
che sarei lietissimo di farne la conoscenza e di cercarne la
compagnia. Vogliate presentarmelo, ve ne prego.
È un bel compenso, ed è anche giusto e consolante nell'ordine delle
cose umane, che se il dolore e il malanno si attaccano, non ci sia
al mondo cosa più contagiosa del buonumore e del riso. Il nipote di
Scrooge rideva, tenendosi i fianchi, scuotendo il capo, facendo col
viso le più strane contorsioni; la moglie, anch'essa nipote di Scrooge, rideva con la stessa espansione; tutti gli amici raccolti
ridevano sgangheratamente, con tutto il cuore e con un fracasso
indicibile.
- Ah, ah! Ah, ah, ah, ah!
- Ha detto, figuratevi, che Natale è una sciocchezza! - gridava il
nipote di Scrooge. - Com'è vero che son vivo, l'ha detto. E lo
pensava pure!
- Due volte vergogna per lui, Federigo! - esclamò tutta accesa la
nipote di Scrooge. Benedette coteste donne; non fanno mai niente a
mezzo. Pigliano tutto sul serio.
Era graziosa, molto graziosa. Un visino tutta ingenuità, stupore e
pozzette; un bocchino maturo, che pareva fatto per esser baciato, e
lo era di certo; ogni sorta di fossettine intorno al mento, le quali
si confondevano insieme quando ella rideva; il più raggiante paio
d'occhi che abbia mai illuminato fronte di fanciulla. In complesso,
una certa figurina provocante, capite; ma anche pronta a dar
soddisfazione. Oh, altro che pronta!
- È buffo davvero il vecchio - disse il nipote di Scrooge, - questa
è la verità. Niente di male se fosse un tantino meno scontroso.
Fatto sta che i suoi stessi difetti sono il suo malanno, ed io non
ho niente da dire contro di lui.
- Scommetto ch'è ricco sfondato, - venne su la nipote di Scrooge. -
Sei tu stesso, Federigo, che me lo dici sempre.
- E che vuol dire, cara mia! La ricchezza sua non gli serve a
niente; non fa un briciolo di bene, nemmeno per sé. Non ha nemmeno
la soddisfazione di pensare... ah, ah, ah!... che ce la serba a noi
tutta quanta, proprio a noi.
- Io non lo posso vedere, - affermò la nipote di Scrooge. Le sorelle
di lei e tutte le altre signore espressero lo stesso sentimento.
- Oh, io sì invece! - disse il nipote. - Me ne dispiace per lui; se
pure mi vi provassi, non riuscirei a volergli male. Chi è che ne
soffre per i suoi capricci? Lui, nessun altro che lui. Ecco, per
esempio, ora s'è fitto in capo di guardarmi di traverso e non vuol
venire a desinare con noi. Che ne viene?... ogni lasciato è perso. È
vero però che un gran pranzo non lo ha perduto...
- Niente affatto, - interruppe la moglie, - io credo invece che ha
perduto un pranzo eccellente. - Tutti a coro dissero lo stesso, e ne
avevano da saper qualche cosa, perché appunto si alzavano di tavola e
si stringevano intorno al fuoco.
- Tanto meglio, ci ho gusto! - disse il nipote di Scrooge, - perché
davvero non ho una fede straordinaria in questa donnetta di casa.
Che ne dite voi, Topper? -
Topper, si vedeva chiaro, aveva adocchiato una sorella della nipote
di Scrooge, perché rispose che uno scapolo era una disgraziata
creatura incapace di emettere un parere in proposito: Al che la
sorella della nipote di Scrooge - quella pienotta col fazzoletto di
pizzi, non quell'altra con le rose - si fece rossa come una
ciliegia.
- Continua, Federigo - disse la nipote di Scrooge, battendo le mani.
- Questo benedetto uomo lascia sempre i discorsi a mezzo! -
Il nipote di Scrooge dette in un'altra risata, e poiché non si
poteva evitare il contagio, quantunque la ragazza pienotta lo
tentasse a furia di aceto aromatico, l'esempio fu seguito da tutti.
- Stavo per dire - riprese il nipote di Scrooge - che per dato e
fatto del suo guardarci di traverso e della sua cocciutaggine di non
stare allegro con noi, egli si perde dei momenti piacevoli, che non
gli farebbero niente di male. È certo ch'egli si priva di una
compagnia meno uggiosa di quanti pensieri può trovare in quella
stamberga umida del suo banco o nelle sue camere polverose. Per me,
tutti gli anni, voglia o non voglia, gli farò la stessa offerta,
perché mi fa pena. Padronissimo di schernire il Natale fino al
giorno del giudizio, ma non potrà fare a meno di pensarne un po'
meglio, sfido io, quando mi vedrà ricomparire tutti gli anni sempre
di buon umore, per domandargli: Come si va, zio Scrooge? Se questo
servisse nient'altro che a fargli venir l'idea di dar cinquanta
sterline a quel diavolaccio del suo commesso, tanto per far cifra
tonda, sarebbe già qualche cosa. E se non mi sbaglio, debbo averlo
scosso ieri. -
Adesso toccò agli altri a ridere, all'idea di cotesto scotimento: Ma
essendo egli un bravo ragazzo né curandosi di che ridessero, purché
ridessero, gl'incoraggiò nella loro espansione, facendo allegramente
circolare la bottiglia.
Dopo il thè, si fece un po' di musica. Perché davvero tutta la
famiglia era musicale e sapeva il fatto suo quando intonava
un'arietta o un ritornello; Topper in ispecie, il quale pigliava
ogni sorta di note di basso profondo, senza gonfiar le vene della
fronte e senza farsi rosso come un gambero. La nipote di Scrooge
suonava l'arpa assai benino; e, fra le altre, suonò un'arietta
semplicissima (una cosa da nulla, che in due minuti avreste imparato
a zufolare), la quale era stata familiare alla bambina che veniva a
prendere Scrooge alla scuola, come gli aveva ricordato lo Spirito
dell'altro Natale. Suonandogli dentro le note di quella cantilena,
tutte le cose mostrategli dallo Spirito gli tornavano in mente. Via
via si sentì rammollire; e pensò che se avesse potuto udirle spesso,
tanti anni fa, avrebbe forse coltivato con le proprie mani e per la
propria felicità le gentilezze affettuose della vita, anzi che
ricorrere per conforto alla vanga del becchino che aveva scavato la
fossa di Giacobbe Marley.
Ma non tutta la sera fu dedicata alla musica. Dopo un po', vennero i
giochi di penitenza; perché fa bene a momenti tornar bambini, e più
che mai a Natale, ch'è una festa istituita da Dio fattosi anch'egli
bambino. Aspettate! Si giocò prima di tutto a mosca cieca: Era
naturale. Ed io credo tanto che Topper fosse cieco davvero per
quanto posso credere che avesse gli occhi negli stivali. A parer
mio, c'era una tacita intesa tra lui e il nipote di Scrooge; e anche
lo Spirito n'era a parte. Il suo modo di correr dietro alla sorella
pienotta dal fazzoletto di pizzi era proprio un oltraggio alla umana
credulità. Inciampando nelle seggiole, facendo cader le molle,
urtando contro il pianoforte, soffocandosi nelle tende, dovunque
ella andava, Topper andava appresso. Sapeva sempre dove si trovava la
ragazza pienotta. Se gli andavate addosso, come qualcuno faceva, e
gli stavate davanti, egli fingeva di volervi afferrare facendo così
un affronto alla vostra perspicacia, e subito sgusciava di fianco
nella direzione della sorella pienotta. Ella gridava spesso che non
stava bene; ed aveva ragione, poverina! Ma quando alla fine
l'afferrò; quando, a dispetto dei guizzi di lei e del fruscio della
sottana di seta, egli la incalzò in un cantuccio donde non c'era più
scappatoia; allora la sua condotta fu addirittura esecrabile. Perché
infatti quel suo pretendere di non conoscerla, e che era necessario
di toccarle la pettinatura, e che si doveva assicurare dell'identità
stringendo non so che anello al dito di lei e palpando non so che
catena ch'ella portava al collo, fu davvero una mostruosa
vigliaccheria! E non c'è dubbio che la ragazza gli disse il fatto
suo, quando, venuta in mezzo un'altra persona bendata, si dettero
insieme a bisbigliare con tanto accaloramento dietro le tende.
La nipote di Scrooge non giocava con gli altri a mosca cieca, e si
raggomitolava tutta in poltroncina, con uno sgabelletto sotto i
piedi, in un cantuccio dove lo Spirito e Scrooge le stavano alle
spalle. Ma alle penitenze prese parte e rispose d'incanto al "Come
vi piace?" con tutte le lettere dell'alfabeto. Così pure nel gioco
del "Come, quando e dove", si dimostrò grande addirittura, e con
represso giubilo del marito, sgominò tutte le sorelle; benché anche
queste fossero furbe parecchio, come Topper l'avrebbe potuto dire.
In tutto erano una ventina, tra giovani e vecchi; ma tutti giocavano, e Scrooge con essi; il quale, scordandosi per la foga
improvvisa del sollazzarsi che la voce sua non poteva da loro essere
udita, gridava alto la parola dell'indovinello, e più di una volta
imbroccava anche; perché l'ago più sottile non era più sottile di
Scrooge, con tutta la sua smania di far lo gnorri.
Lo Spirito era molto lieto in vederlo così disposto, e con tanta
benevolenza lo guardava, ch'egli pregò come un bambino gli si
permettesse di rimanere fino in fondo. Ma a questo lo Spirito si
oppose.
- Ecco un altro gioco - disse Scrooge. - Una mezz'oretta, Spirito,
solo una mezz'oretta! -
Era il gioco del Sì e del No. Il nipote di Scrooge pensava una
cosa, gli altri dovevano indovinare, rispondendo egli soltanto sì o
no, secondo il caso. Il fuoco vivace delle domande gli cavò di bocca
ch'egli pensava a un animale, a un animale piuttosto brutto, a un
animale selvaggio, a un animale che grugniva qualche volta e qualche
altra volta parlava, che stava a Londra, e girava per le vie, e non
si mostrava in una baracca, e non era portato attorno da nessuno, e
non viveva in un serraglio, e non era mai trascinato al macello, e
non era né cavallo, né somaro, né vacca, né toro, né tigre, né cane,
né porco, né gatto, né orso. A ogni nuova domanda, codesto nipote si
sganasciava dalle risa; e così forte si spassava, che a momenti
si doveva alzare dal canapè e batteva i piedi in terra. Alla fine la
sorella pienotta, presa dalla stessa convulsione d'ilarità esclamò:
- L'ho trovato! So quel che è, Federigo! So quel che è!
- E che è? - domandò Federigo.
- È vostro zio Scro-o-o-oge! -
E così era infatti. L'ammirazione fu universale, benché qualcuno
obbiettasse che alla domanda: "È un orso?" bisognava rispondere:
"Sì" visto che bastava la risposta negativa a frastornarli da
Scrooge, caso mai ci avessero pensato.
- Ci ha fatto divertire un mondo, - disse Federigo, - questo è
certo, e noi saremmo ingrati a non bere alla sua salute. Ecco
appunto un bicchiere di vino caldo, pronto per tutti. Alla salute
dello zio Scrooge!
- Ebbene! - gridarono tutti, - alla salute dello zio Scrooge!
- Un allegro Natale e un buon capo d'anno al vecchio, checché egli
sia! - disse il nipote di Scrooge. - Da me non se lo piglierebbe
questo augurio, ma io glielo fo lo stesso. Alla salute dello zio
Scrooge! -
Lo zio Scrooge era diventato a poco a poco così gaio e leggiero di
cuore, che avrebbe risposto volentieri al brindisi della brigata e
ringraziato con un discorso inaudibile, se lo Spirito glien'avesse
dato il tempo. Ma tutta quanta la scena, nello spegnersi dell'ultima
parola detta dal nipote, si dileguò; e Scrooge e lo Spirito
viaggiavano come prima.
Molto videro, molto andarono lontano, molte case visitarono, ma
sempre con buon effetto. Lo Spirito stette al capezzale
degl'infermi, e gl'infermi sorrisero; presso i pellegrini in terra
straniera, e quelli sentirono vicino la patria; con gli uomini
combattuti dalla sventura, e quegli uomini si rassegnarono in una
più alta speranza; con la povertà, e la povertà si sentì doviziosa.
Nell'ospizio, nell'ospedale, nella prigione, in ogni rifugio della
miseria, dove l'uomo superbo nella sua breve autorità non aveva
potuto sbarrar la porta allo Spirito, ei lasciò la sua benedizione e
insegnò a Scrooge i suoi precetti di amore.
Fu una lunga notte, se pure fu una notte; ma Scrooge ne dubitava un
poco, perché gli pareva di veder condensate molte feste di Natale
nel rapido tempo passato insieme. Notò anche, ma non ne fece motto,
che mentre egli rimaneva sempre lo stesso, lo Spirito si faceva
manifestamente più vecchio. La cosa era strana, ed egli non si poté
più tenere, quando lasciando una brigata di fanciulli che
solennizzavano la Befana, si accorse che i capelli dello Spirito
s'erano imbiancati.
- Così breve - domandò - è la vita degli Spiriti?
- La mia vita su questa terra - lo Spirito rispose - è brevissima.
Termina stanotte.
- Stanotte! - esclamò Scrooge.
- A mezzanotte. Ascolta! L'ora si avvicina. -
In quel punto i tocchi degli orologi battevano tre quarti dopo le
undici.
- Perdonami se sono indiscreto, - disse Scrooge guardando fiso alla
veste dello Spirito, - ma io vedo venir fuori dal lembo della tua
veste non so che di strano che non t'appartiene. È un piede o un
artiglio?
- Potrebbe essere un artiglio, per la poca carne che lo ricopre, -
rispose malinconico lo Spirito. - Guarda. -
Dalle pieghe della sua veste trasse fuori due bambini striminziti,
abietti, spaventevoli, ributtanti, miserabili. Caddero ginocchioni
ai piedi di lui e si attaccarono saldi ai lembi della veste.
- Guarda, uomo! - esclamò lo Spirito. - Guarda, guarda qui, per
terra! -
Erano un bambino e una bambina. Gialli, scarni, cenciosi, arcigni,
selvaggi; ma prostrati anche nella umiltà loro. Dove la grazia della
gioventù avrebbe dovuto fiorir rigogliosa sulle loro guance, una
mano secca e grinzosa, come quella del tempo, li aveva corrosi,
torti, tagliuzzati. Dove gli angeli dovevano sedere in trono,
si nascondevano i demoni e balenavano minacciosi. Nessun mutamento,
nessuna degradazione, nessun pervertimento del genere umano, in
qualsivoglia grado, in tutti i misteri della meravigliosa creazione,
ha mai partorito mostri così orrendi.
Scrooge indietreggiò, atterrito. Tentò di dire allo Spirito, il
quale glieli additava, che quelli erano due bei bambini; ma le
parole gli fecero groppo, anzi che partecipare alla enorme menzogna.
- Spirito! Son figli tuoi? - potette appena domandare Scrooge.
- Sono figli dell'Uomo - rispose lo Spirito chinando gli occhi a
guardarli. - E a me s'attaccano, accusando i padri loro. Questo
bambino è l'Ignoranza. Questa bambina è la Miseria. Guàrdati da
tutti e due, da tutta la loro discendenza, ma soprattutto guardati
da questo bambino, perché sulla sua fronte io vedo scritto:
"Dannazione", se la parola non è presto cancellata. Negalo! - gridò
lo Spirito, protendendole mani verso la città. - Diffama pure coloro
che te lo dicono! Serba il male, carezzalo, pei tuoi fini perversi.
Ma bada, bada alla fine!
- Non hanno un rifugio? - domandò Scrooge; - non c'è per loro un
sollievo?
- E non ci son forse prigioni? - ribatté lo Spirito, ritorcendogli
contro le sue proprie parole. - Non ci son forse case di lavoro? -
L'orologio batté le dodici.
Scrooge si guardò intorno cercando lo Spirito e non lo vide più.
Squillando l'ultimo colpo, gli sovvenne la predizione del vecchio
Giacobbe Marley, e alzando gli occhi, scerse un solenne fantasma,
ammantato e incappucciato, il quale avanzava, come nebbia che
sfiori il terreno, alla sua volta.
L'ultimo
degli Spiriti
Lento,
grave, silenzioso, s'accostò il fantasma. Scrooge, nel vederselo
davanti, cadde in ginocchio, perché in verità questo degli Spiriti
era circonfuso di ombra e di mistero.
Un nero paludamento lo avvolgeva tutto, nascondendogli il capo, la
faccia, ogni forma: solo una mano distesa sporgeva. Senza di ciò,
sarebbe stato difficile discernere la cupa figura dalla notte,
separarla dalle tenebre che la stringevano.
Sentì Scrooge che lo Spirito era alto e forte, sentì che la
misteriosa presenza gl'incuteva un terrore solenne. Non sapeva
altro, perché lo Spirito era muto e immobile.
- Sono io in presenza dello Spirito di Natale futuro? - chiese
Scrooge.
Non rispose lo Spirito, e solo accennò con la mano.
- Tu mi mostrerai le ombre delle cose non accadute, ma che
accadranno nel tempo che ci aspetta, - proseguì Scrooge. - Dico
bene, Spirito? -
La parte superiore del paludamento si aggruppò un momento nelle sue
pieghe, come se lo Spirito avesse inclinato il capo. Fu questa
l'unica sua risposta.
Benché oramai assuefatto a cotesta compagnia dell'altro mondo,
Scrooge aveva tanta paura di quell'ombra taciturna da non reggersi
sulle
gambe quando si trattò di seguirla. Lo Spirito, quasi accorto di
quel tremore, sostò un momento per dargli tempo di riaversi.
Ma il rimedio fu peggio del male. Scrooge fu preso da un brivido di
vago terrore, pensando che di dietro al fosco paludamento due occhi
spettrali intentamente lo fissavano, mentre egli, per quanto
aguzzasse i propri, non poteva altro vedere che una scarna mano
sporgente da un gran viluppo di nerume.
- Spirito del futuro! - egli esclamò, - io ho più paura di te che di
ogni altro Spirito veduto innanzi. Ma, poiché so che l'intenzione
tua è di farmi del bene, e poiché spero di mutar vita, se Dio mi dà
vita, eccomi disposto a tenerti compagnia e con animo grato, anche.
Non vorrai tu essermi cortese di una parola? -
Nessuna risposta. La mano accennava diritto in avanti.
- Ebbene, guidami! - disse Scrooge. - Guidami! La notte declina, e
il tempo è per me prezioso, lo sento. Guidami, Spirito! -
Il Fantasma si mosse lento e grave com'era venuto. Scrooge lo seguì
come avvolto nell'ombra del paludamento e in quella si sentì portato
via.
Non si può dire che entrassero in città; parve invece che questa
balzasse fuori di botto e li circondasse. Vi si trovavano dentro,
proprio nel cuore; alla borsa, fra i negozianti. E questi andavano
su e giù frettolosi, e facevano tintinnare i denari in tasca, e
discorrevano a capannelli, e cavavano fuori gli orologi, e si
gingillavano in atto pensoso e coi grossi sigilli d'oro della
catena. Così tante volte li aveva visti Scrooge.
Lo Spirito si arrestò presso un gruppo di uomini d'affari.
Osservando la mano che gli additava, Scrooge si avanzò per udire i
loro discorsi.
- No - diceva un omaccione grasso con tanto di pappagorgia - non ne
so gran cosa. Questo so che è morto.
- Quand'è ch'è morto? - domandò un altro.
- Iersera, credo.
- O di che? - chiese un terzo, pescando largamente in un'ampia
tabacchiera. - Mi pareva a me che non dovesse morir mai.
- Dio lo sa, - sbadigliò il primo.
- Che ne ha fatto dei suoi danari? - domandò un signore dal viso
rubicondo con una escrescenza pendula in punta del naso, la quale
tremolava come i bargigli d'un tacchino.
- Non ne ho inteso dir niente, - rispose l'uomo dalla pappagorgia in
un secondo sbadiglio. - L'avrà lasciati alla sua Ditta. A me, no di
certo. Questo è quanto so. -
Una risata generale accolse questa facezia.
- Ha da essere un magro funerale, - soggiunse quello stesso; -
perché non so davvero di nessuno che ci vada. Che direste se ci
andassimo tutti noi, da volontari?
- Se c'è da rifocillarsi, non dico di no, - osservò il signore
dall'escrescenza. - Se ci vengo, mi s'ha da nutrire. -
Altra risata.
- Bè, - disse il primo, - io sono il più disinteressato fra tutti
voi, perché non porto mai guanti neri e non fo mai colazione. Eppure
eccomi pronto ad andare, se c'è altri che mi faccia compagnia.
Quando ci penso, mi pare e non mi pare di essere stato il suo amico
più intrinseco; dovunque ci si vedeva, si barattavano quattro
chiacchiere. Addio, addio! -
Il gruppo si sciolse si mescolò ad altri gruppi. Scrooge li
conosceva tutti, e si volse allo Spirito per avere una spiegazione.
Il Fantasma passò oltre in una via. Segnò, col dito disteso, due
persone che s'incontravano. Di nuovo Scrooge porse ascolto, pensando
di trovar qui la spiegazione domandata.
Anche questi uomini gli erano noti: uomini d'affari, ricchissimi, di
gran conto. S'era studiato sempre di guadagnarsi la loro stima:
beninteso, una stima commerciale, nient'altro.
- Come si va? - chiese uno.
- E voi? - ribatté l'altro.
- Non c'è malaccio. Pare che il vecchio lesina abbia avuto il suo
conto alla fine, eh?
- Così ho inteso dire. Fa freddo, non vi pare?
- Siamo a Natale, capite. Voi non siete pattinatore, eh?
- No, no! Ho ben altro per il capo. Buon giorno! -
Non altro. Questo il loro incontro, il colloquio, il commiato.
Scrooge avrebbe quasi stupito che lo Spirito desse tanto peso a così
futili discorsi; ma per un'intima certezza che qualche intento
nascosto ci aveva da essere, si diede a pensarci sopra. Non si poteva
supporre che quei discorsi si riferissero alla morte di Giacobbe, il
suo vecchio socio, perché quella apparteneva al Passato, e il dominio
di questo Spirito era tutto nel Futuro. Né gli veniva in mente altra
persona che gli appartenesse. Ma non dubitando punto che, a chiunque
si riferissero, quei discorsi avevano una moralità latente diretta al
proprio bene, risolvette di far tesoro di ogni parola che udisse
e di ogni cosa che vedesse; e specialmente di osservare la propria
ombra, quando sarebbe comparsa. Poiché, pensava, la condotta del suo
io di là da venire lo avrebbe messo sulla buona via, agevolandogli
la soluzione di quegli indovinelli. Si guardò attorno per trovar se
stesso; ma un altro occupava il noto cantuccio, e benché l'orologio
segnasse l'ora solita del suo arrivo, non vide alcuno che gli
somigliasse in mezzo alla folla che si pigiava all'entrata. Non ne
stupì molto però; perché era andato rivolgendo dentro di sé un
mutamento di vita e pensava e sperava che questa sua assenza fosse
una prova dei novelli propositi recati in atto.
Muto e fosco gli stava sempre a lato il Fantasma con la mano
protesa. Quando egli si riscosse, argomentò, dalla direzione della
mano e dalla posizione del Fantasma stesso rispetto a sé, che gli
occhi invisibili acutamente lo scrutassero. N'ebbe un brivido per
tutta la persona.
Si tolsero dalla scena affaccendata e vennero in una oscura parte
della città, dove Scrooge non era mai penetrato, benché subito ne
riconoscesse la postura e la mala fama. Le vie erano anguste e
sudicie; misere le botteghe e le case; la gente seminuda, ubriaca,
sciatta, brutta. Androni e chiassuoli, come tante fogne,
rigurgitavano sulle vie intricate l'oltraggio del lezzo,
dell'immondizia, degli esseri viventi; e tutto il quartiere esalava
il delitto, il sudiciume, la miseria.
In fondo a cotesta spelonca infame, sotto l'aggetto di una tettoia,
si apriva una bottega lurida e bassa, dove s'andava a comprare cenci,
ferri, bottiglie, untume di rimasugli. Dentro, sull'impiantito,
erano ammontati chiodi, uncini, chiavi rugginose, catene, lime,
bilance, pesi, ferri vecchi d'ogni maniera. Si nascondevano forse e
brulicavano segreti che non era bello approfondire in quella
montagna di cenci nauseabondi, di grasso corrotto, di ossami. Un
vecchio furfante sulla settantina, grigio di capelli, se ne stava a
sedere in mezzo a coteste sue mercanzie, presso una stufa di vecchi
mattoni. Difeso dall'aria fredda di fuori mediante un sudiciume di
tenda fatta di tante pezze spaiate, sospese a una corda, s'andava
fumando la sua pipa con tutta la voluttà di una solitudine
indisturbata.
Scrooge e il Fantasma vennero in presenza di costui nel punto stesso
che una donna con un grosso fardello sgusciava nella bottega. E
subito dopo di lei, un'altra donna entrò, carica allo stesso modo; e
le tenne dietro un uomo vestito di nero rossiccio, il quale non meno
stupì in vederle tutt'e due ch'esse non avessero fatto
riconoscendosi a vicenda. Dopo un momento di muto stupore, al quale
si unì il vecchio della pipa, tutt'e tre diedero in una gran risata.
- Passi avanti la giornaliera! - gridò la donna ch'era entrata per
la prima. - Poi venga la lavandaia; poi l'appaltatore delle pompe
funebri. Vedi un po' che bazza, vecchio Joe! Pare che ci siamo dato
la posta, pare!
- Non vi potevate incontrare in un posto migliore, - disse il
vecchio Joe, togliendosi la pipa di bocca. - Venite in salotto. Ci
siete da un pezzo come a casa vostra; e gli altri due non son mica
forestieri. Lasciate che chiuda la porta della bottega. Ah, come
stride! Sfido a trovar qui dentro una sferra più rugginosa di questi arpionacci o delle ossa più vecchie delle mie.. Ah, ah! Siamo in
armonia del mestiere, capite, siamo bene assortiti. Venite in
salotto. Venite in salotto. -
Il salotto era lo spazio difeso dalla tenda di stracci. Il vecchio
rattizzò il fuoco con un ferro rugginoso di ringhiera, e smoccolato
che ebbe la lucerna fumosa (perché già era notte) col cannello della
pipa, si pose questo di nuovo fra le labbra.
Nel frattempo, la donna che aveva già parlato gettò il suo fagotto
per terra e sedette sopra uno sgabello, incrociando i gomiti sulle
ginocchia e squadrando con mal piglio gli altri due.
- O che m'avete da dire, signora Dilber, sentiamo un po'! - disse la
donna. - Ognuno ha il diritto di guardare ai suoi interessi. Anche
lui non ha fatto altro, voi lo sapete!
- Altro se lo so! - rispose la lavandaia. - Nessuno lo passava per
questo.
- E allora, che è che mi fate cotesti occhiacci, come se aveste
paura? Non c'è mica da scoprire altarini, qui!
- No, davvero! - dissero insieme la signora Dilber e l'uomo. -
Speriamo di no, almeno.
- Bravi dunque! - esclamò la donna, - e non se ne parli altro. Chi è
che ce lo perde questo po' di roba? Nessuno, a meno che non sia il
morto.
- Avete ragione, - approvò ridendo la signora Dilber.
- S'egli se la voleva serbare anche dopo morto, quel vecchio lesina,
perché non ha vissuto come tutti gli altri? Se avesse fatto così,
qualcuno gli sarebbe stato vicino quando la morte se lo ha pigliato,
e non avrebbe bocchieggiato nella sua topaia solo come un cane.
- È proprio la parola della verità. Questo gli toccava, nient'altro.
- E gli avrebbe avuto a toccar peggio, parola d'onore, e così avessi
potuto io metter le mani su qualche altra cosa. Aprite quel fagotto,
Joe, e prezzatelo. Parlate chiaro. Non ho mica paura io d'esser la
prima e tanto meno ch'essi lo vedano. Anche prima di trovarci qua,
si sapeva un pochino, mi pare, che i nostri affarucci li facevamo.
Niente di male. Aprite il fagotto, Joe. -
Ma la galanteria dei colleghi si oppose a questo, e l'uomo vestito
di nero rossiccio, montando per primo sulla breccia, profferse il
suo bottino. Non era gran che. Un paio di sigilli, un astuccio da
matita, due bottoni di camicia e una spilla di poco valore. Il
vecchio Joe esaminò ed apprezzò ad uno ad uno gli oggetti, scrisse
sul muro con un pezzo di gesso le somme ch'era disposto a sborsare,
e visto che non c'era altro, tirò la somma.
- Ecco il vostro conto, - disse, - e non darei niente niente di più,
mi avessero anche ad arrostire. Chi viene appresso? -
Veniva appresso la signora Dilber. Lenzuola e tovaglie, un abito,
due cucchiaini d'argento antiquati, un paio di pinzette per lo
zucchero e qualche stivale. Il secondo conteggio fu fatto sul muro
come il primo.
- Con le signore, - disse il vecchio Joe, - sono sempre largo di
mano. È una mia debolezza, ed è così che mi rovino. Eccovi il
vostro conto. Se non siete contenta e volete mercanteggiare, mi
pentirò di essere stato così liberale e vi farò invece una
sottrazione.
- Ed ora, Joe, - disse l'altra donna, - disfate il mio fagotto. -
Joe si pose ginocchioni per star più comodo e dopo aver sciolto un
arruffio di nodi, tirò fuori un involto grosso e pesante di stoffa
scura.
- O che è questo? - disse. - Un cortinaggio!
- Ah! - rispose ridendo la donna sporgendosi sulle braccia
incrociate. - Un cortinaggio!
- Non mi darete mica ad intendere, che lo abbiate tirato giù, anelli
e ogni cosa, mentre il morto stava lì, sul letto!
- Sì davvero. E perché no?
- Brava, - disse Joe, - voi siete nata per far fortuna, e vi dico
che la farete.
- Certo, - rispose freddamente la donna, - quando me ne verrà il
destro, non me ne starò con le mani in mano, per riguardo a un
omaccio come quello lì. No, Joe, parola d'onore. E adesso non mi
fate sgocciolar l'olio sulle coperte.
- Anche sue? - domandò Joe.
- O di chi volete che siano? - ribatté la donna. - Non c'è paura che
pigli un'infreddatura, no.
- Spero che non sia morto di male contagioso, eh? - disse Joe,
fermandosi in tronco e alzando gli occhi.
- Niente paura, - rispose la donna. - Se mai, non mi struggevo poi
tanto della sua compagnia da stargli intorno per questi stracci. Ah!
Fatevi pure a guardarla cotesta camicia, che non ci troverete né un
buco né niente niente di logoro. Era la migliore che avesse, ed è
anche fine. Se non c'ero io, l'avrebbero sciupata.
- Sciupata? - domandò il vecchio Joe.
- Già, - rispose la donna ridendo, - gliel'avrebbero messa indosso
per seppellirlo. E c'è stato non so che balordo che così aveva fatto!
Ma io gliel'ho cavata di nuovo. È anche troppo lusso il cotone per
involtarvi un morto. Più brutto di quanto era con questa indosso,
non potrà parere di certo. -
Scrooge ascoltava questo dialogo inorridendo. Li vedeva aggruppati
intorno al loro bottino, alla povera luce d'una lucerna, e gliene
veniva un odio, una nausea, come al cospetto di osceni demoni che
mercanteggiassero lo stesso cadavere.
- Ah, ah! - ridacchiò la stessa donna, quando il vecchio Joe,
cavando un sacchetto di flanella pieno di denari contò a ciascuno
per terra la sua parte. - Qui sta il bello, vedete! Ha fatto paura a
tutti quando era vivo, proprio per farci guadagnar noi da morto. Ah,
ah, ah!
- Spirito! - disse Scrooge, tremando da capo a piedi. - Vedo, vedo.
Cotesto sciagurato potrei essere io. A questo mi mena la mia vita di
adesso... Dio di misericordia, che cosa è questa! -
Indietreggiò dal terrore, perché la scena era mutata ed egli toccava
quasi un letto, un letto nudo, senza cortinaggio, sul quale, sotto
un lenzuolo sdrucito, giaceva qualche cosa d'avviluppato, il cui
silenzio stesso parlava terribilmente.
La camera era buia, tanto buia da non potere osservare intorno con
accuratezza, benché Scrooge aguzzasse gli occhi obbedendo a un
impulso segreto che lo rendeva ansioso di sapere in che sorta di
camera si trovasse. Una luce scialba, venendo di fuori, mandò un
raggio su quel letto: e su questo, spogliato, rubato, solo,
trascurato, senza pianto, giaceva il corpo di quell'uomo.
Scrooge volse un'occhiata al Fantasma. La rigida mano accennava al
capo del morto. Il lenzuolo era così male aggiustato che col menomo
tocco d'un dito Scrooge avrebbe potuto scoprire quella faccia. Vi
pensò, ne vide l'agevolezza, se ne struggeva; ma non aveva maggior
potere di rimuovere quel velo che di allontanare da sé lo Spettro
silenzioso.
Oh! Fredda, rigida, spaventevole Morte! Rizza qui il tuo altare,
vestilo di tutti i tuoi terrori. Qui davvero è il tuo regno! Ma se
quel capo fosse amato, riverito, onorato, non un capello ne potresti
strappare per i tuoi biechi disegni, non un tratto del viso rendere
odioso. Non è già che quella mano non sia grave e che non ricada
abbandonata; non è già che il cuore e il polso non battano; ma
quella mano era aperta, generosa, leale; ma quel cuore era bravo,
caldo, affettuoso; ma quel polso era di un uomo. Colpisci, Ombra,
colpisci pure! Schizzeranno dalla ferita le sue buone azioni e si
spargeranno per il mondo come semi di vita immortale!
Nessuna voce pronunciò queste parole all'orecchio di Scrooge, eppure
egli le udì mentre guardava a quel letto. Se quest'uomo rivivesse,
ei pensava, quali cure lo assorbirebbero? L'avarizia, la crudeltà,
l'ingordigia? Una bella ricchezza gli hanno guadagnato, davvero!
Giaceva, nella cassa buia e deserta, senza che una voce di donna, di
uomo, di bambino dicesse: "Egli fu buono per me in questa cosa o in
quella, e per la memoria che ne serbo io sarò buono per lui". Un
gatto raspava alla porta e sotto le pietre del caminetto si udiva un
rosicchiar di topi. Che cosa cercassero nella camera della morte e
perché fossero così irrequieti, Scrooge non osò pensare.
- Spirito! - disse, - questo luogo è orrido. Uscendone, non m'uscirà
di mente la sua terribile lezione, credimi. Andiamo via! -
Sempre, col rigido dito, lo Spirito accennava al capo del morto.
- Intendo, - rispose Scrooge, - e ti ubbidirei anche, se potessi. Ma
non ne ho la forza, Spirito, non ne ho la forza. -
Di nuovo parve che lo Spirito lo guardasse.
- Se c'è qualcuno nella città, che pianga la morte di quest'uomo, -
disse Scrooge al sommo dell'angoscia, - mostramelo, Spirito, te ne
scongiuro! -
Il Fantasma distese un momento la scura veste davanti a lui come
un'ala; e ritraendola scoprì una stanza rischiarata dalla luce del
giorno, dov'erano una madre coi suoi bambini.
Ella aspettava ansiosa qualcuno; andava su e giù per la stanza;
trasaliva ad ogni rumore; si spenzolava dalla finestra; guardava
all'orologio; si provava invano a lavorare di ago; sopportava a
stento le voci dei bambini che facevano il chiasso.
S'udì alla fine la bussata lungamente attesa. Ella corse incontro al
marito; un uomo dal viso emaciato e triste, benché giovane ancora.
Vi si notava ora una singolare espressione; una specie di
soddisfazione malinconica, della quale si vergognava e che
cercava di reprimere.
Sedette per il desinare che era stato tenuto in caldo presso il fuoco; e
quando la donna, dopo un lungo silenzio, gli domandò timidamente che
notizie portava, egli parve impacciato a rispondere.
- Sono buone o cattive? - disse ella, per aiutarlo.
- Cattive, - rispose.
- Siamo rovinati affatto?
- No. C'è speranza, Carolina.
- S'egli si è commosso, - disse la moglie tutta sorpresa, - allora
sì! Tutto si può sperare, se è accaduto un miracolo come questo.
- Oramai, - rispose il marito, - non si può più commuovere. È morto.
-
Se il viso diceva il vero, ella era una creatura mite e prudente; e
nondimeno, udendo quella nuova, strinse insieme le mani,
ringraziando il cielo. Ne domandò subito perdono e fu dolente della
disgrazia; ma il primo movimento era stato del cuore.
- Adesso si trova tutto vero quel che mi disse quella donna mezzo
brilla, di cui t'ho parlato ieri, quando feci per vederlo e per
ottenere la dilazione di una settimana. Io mi figuravo che fosse una
scusa. Non solo stava molto male, ma era a dirittura moribondo.
- A chi sarà trasferito il nostro debito?
- Non so. Ma prima d'allora, il danaro sarà pronto; e se mai, non
avremo la mala sorte d'inciampare in un creditore spietato come lui.
Stanotte possiamo dormire col capo fra due guanciali, Carolina! -
Sì. Comunque temperassero la cosa, i loro cuori erano più leggeri.
I visini dei bambini, che si stringevano loro intorno per udire quel
che così poco capivano, brillavano più del solito; e tutta la casa,
per la morte di quell'uomo, era più felice! L'unica emozione che lo
Spirito gli potesse mostrare come effetto di quell'evento, era di
piacere.
- Lasciami vedere qualche scena di tenerezza che si leghi all'idea
della morte, - disse Scrooge; - se no, Spirito, quella buia camera
testé lasciata mi sarà sempre davanti. -
Lo Spirito lo menò per varie vie che gli erano familiari; e via
facendo, Scrooge guardava di qua e di là per trovare sé stesso, ma
in nessun posto vedevasi. Entrarono nella casetta, già prima
visitata, del povero Bob Cratchit, e vi trovarono la mamma e i
figliuoli raccolti intorno al fuoco.
Erano tranquilli, molto tranquilli. I rumorosi piccoli Cratchit se
ne stavano a sedere in un cantuccio, muti come statue, e guardando a
Pietro che leggeva in un libro. La mamma e le figliuole attendevano
a cucire. Ma erano molto tranquilli tutti, molto tranquilli!
- "Ed egli prese un bambino e lo mise in mezzo a loro."
Dove aveva udito queste parole Scrooge? Non le aveva già sognate. Il
ragazzo aveva dovuto leggerle ad alta voce, mentre egli e lo Spirito
varcavano la soglia. E perché non andava avanti?
La mamma posò il lavoro sulla tavola e si coprì la faccia con le
mani.
- Il colore, - disse, - mi fa male agli occhi. -
Il colore? Ah, povero Tiny Tim!
- Adesso stanno meglio, - disse la moglie di Cratchit. - Si vede che
il lume della candela stanca la vista; e per nulla al mondo voglio
far vedere a vostro padre, quando torna, che ho gli occhi
affaticati. Dev'essere vicino a tornare.
- È anzi passata l'ora, - rispose Pietro chiudendo il libro. - Se
non sbaglio, mamma, da qualche sera in qua mi par che il babbo
cammini meno svelto del solito. -
Da capo tornarono a star tranquilli. Finalmente ella disse, con voce
forte e allegra, che un sol momento tremò:
- Mi ricordo quando camminava portando in collo... mi ricordo quando
camminava portando in collo Tiny Tim, e andava svelto davvero.
- Anch'io me ne ricordo, - esclamò Pietro. - Spesso.
- E io pure! - venne su un altro. Tutti se ne ricordavano.
- Gli è che il bambino era leggero, - riprese ella, tutta china sul
lavoro, - e il babbo gli voleva tanto bene che non gli dava niente
fastidio: niente. Ah, eccolo! -
Corse ad incontrarlo; e Bob, col suo fazzoletto al collo - ne aveva
bisogno, poveraccio! - entrò. Il thè lo aspettava accanto al fuoco,
e tutti fecero a gara per servirglielo. Poi i due piccoli Cratchit
gli montarono sulle ginocchia, e gli posarono le piccole guance di
qua e di là sul viso, come per dire: "Via, babbo, non ci pensare,
non ti affliggere!"
Bob era allegro con loro e parlò in tono gaio a tutta la famiglia.
Guardò il lavoro sulla tavola e lodò la bravura e la sollecitudine
della signora Cratchit e delle ragazze. Avrebbero terminato molto
prima di domenica, disse.
- Domenica! - esclamò la moglie. - Sicché, ci sei andato oggi?
- Sì, cara, - rispose Bob. - Ti ci avrei voluta anche te. Ti avrebbe
fatto del bene di vedere tutto quel verde. Ma ci andrai spesso. Gli
avevo promesso che di Domenica ci avrei fatto una passeggiatina.
Caro piccino! Caro caro piccino! -
Ruppe in pianto ad un tratto. Non si poté tenere. Se avesse potuto,
non avrebbe forse sentito così vicino il suo figlioletto come se lo
sentiva.
Lasciò la stanza e andò nella cameretta di sopra, che era tutta
illuminata e ornata di ghirlande di Natale. C'era una sedia accanto
al letto del bambino, e si vedeva a più segni che qualcuno c'era
stato di fresco. Il povero Bob vi sedette, e quando si fu alquanto
raccolto e calmato, baciò quel caro visino. Allora si rassegnò a
quanto era accaduto, e tornò da basso del tutto felice.
Si raccolsero intorno al fuoco a discorrere; la mamma e le ragazze
lavoravano sempre. Bob narrò loro della straordinaria bontà del
nipote del signor Scrooge, che appena una volta aveva visto, e che
incontrandolo per via e vedutolo un pochino... "un pochino giù,
vedete" disse Bob, gli aveva domandato che dispiacere avesse. "Al
che" disse Bob "visto ch'egli è la persona più affabile del mondo,
gli dissi la cosa. - Me ne duole assai, signor Cratchit, disse lui,
e anche per la vostra buona signora. - A proposito, come abbia fatto
a saper questo, non lo so davvero.
- A saper che cosa?
- Che tu sei una buona moglie.
- Tutti lo sanno! - disse Pietro.
- Bravo ragazzo, ben detto! - esclamò Bob. - Lo spero bene. "Mi
duole assai, dice, per la vostra buona signora. Se in qualunque modo
posso esservi utile, dice dandomi il suo biglietto, eccovi
l'indirizzo di casa. Dirigetevi a me, ve ne prego." Ora capisci,
esclamò Bob, non era già per i favori che ci poteva rendere, ma quella
sua affabilità faceva veramente piacere. Pareva proprio che avesse
conosciuto il nostro Tiny Tim, e partecipasse al nostro dolore.
- Ha un buon cuore, questo è certo, - disse la signora Cratchit.
- Ne saresti certissima se lo vedessi e gli parlassi, - rispose Bob.
- Non mi farebbe nessuna meraviglia, vedi, s'egli trovasse a Pietro un
posto migliore.
- Senti, Pietro, senti? - disse la madre.
- E allora, - esclamò una delle ragazze, - Pietro s'accasa e si
stabilisce per conto suo.
- Eh via! - ribatté Pietro con una smorfia.
- Prima o dopo, - disse Bob, - può anche darsi, benché ci sia tempo
a pensarci sopra, figliuolo mio. Ma, comunque la cosa vada, io son
sicuro che nessuno di noi dimenticherà mai il povero Tiny Tim, no,
non è vero? E nemmeno questa prima separazione in famiglia.
- Mai, babbo, mai! - gridarono tutti ad una voce.
- E io so pure - disse Bob, - io so, cari miei, che quando ci
ricorderemo com'egli fosse buono e paziente, benché così piccino,
non ci lasceremo andare a questionar fra di noi, se no sarebbe lo
stesso che scordarci di quel poveretto.
- No, babbo, mai! - di nuovo esclamarono tutti.
- Sono contento, - disse Bob, - Oh, sono contento! -
La moglie lo baciò e così fecero le figliuole e i due ragazzi. Con
Pietro si diedero una forte stretta di mano. Anima di Tiny Tim, la
tua essenza infantile veniva da Dio!
- Spirito - disse Scrooge, - sento non so come, che il momento della
nostra separazione è prossimo. Dimmi, chi era quell'uomo che abbiamo
visto disteso sul letto di morte? -
Lo Spirito di Natale di là da venire lo trasportò come prima -
benché in un tempo diverso; e in verità queste ultime visioni non
erano ordinate e soltanto apparivano tutte nel futuro - nelle vie
frequentate dagli uomini d'affari, ma non gli mostrò l'altro se
stesso. Non si fermava lo Spirito; correva, correva diritto alla
meta designata, finché Scrooge non lo pregò di arrestarsi un
momento.
- Questo cortile che ora attraversiamo, - disse, - è da molto tempo
il centro dei miei affari. Ecco la casa. Lasciami un po' vedere quel
che sarò un giorno. -
Lo Spirito si arrestò; ma la mano sua accennava altrove.
- Lì è la casa, - esclamò Scrooge. - Perché mi fai segno da
quell'altra parte? -
Il dito inesorabile stette saldo.
Scrooge corse a dare un'occhiata alla finestra del suo banco. Sempre
banco era, ma non più il suo. Erano mutati i mobili e la persona
seduta in poltrona non gli somigliava. Il Fantasma accennava sempre
allo stesso modo.
Egli lo raggiunse, e ruminando perché e dove se ne fosse andato, lo
accompagnò fino a un cancello di ferro. Prima di entrare, si guardò
attorno.
Un cimitero. Qui, dunque, lo sciagurato di cui gli sarebbe stato
svelato il nome, qui giaceva sottoterra. Un bel posto davvero.
Circondato da case, ingombro di erbe e cespugli, una morte anzichè
una vita di vegetazione, soffocato dalle molte sepolture, grasso
fino alla nausea. Un bel posto davvero!
Lo Spirito stette fra le tombe e abbassò il dito segnandone una.
Scrooge vi si accostò tremando. Era sempre lo stesso Spirito, ma
parve a Scrooge travedere un pensiero nuovo e terribile nella
solennità della sua forma.
- Prima di accostarmi a quella pietra ove tu accenni, - disse
Scrooge, - rispondi a una sola domanda. Son queste le immagini delle
cose future o soltanto delle cose possibili? -
Lo Spirito teneva sempre il dito abbassato verso la tomba vicina.
- Le azioni umane adombrano sempre un certo fine, che può diventare
inevitabile, se in quelle ci si ostina. Ma se vengono a mutare,
muterà anche il fine. Dimmi che così è, dimmelo, in queste scene che
mi vai mostrando! -
Lo Spirito era immobile sempre.
Scrooge si trascinò a quella volta, tremando; e seguendo il dito,
lesse sulla pietra della tomba negletta il proprio nome: EBENEZER
SCROOGE.
- Son io, io quell'uomo che giaceva sul letto? - gridò cadendo in
ginocchio.
Il dito accennò dalla tomba a lui e da lui alla tomba.
- No, Spirito! Oh no, no! -
Il dito non si moveva.
- Spirito! - gridò egli abbracciandosi alla sua veste, - Ascoltami!
Io non son più lo stesso uomo di prima. Io non sarò l'uomo che sarei
stato, se non t'avessi seguito. Perché mostrarmi tutto questo, se
per me non c'è più speranza? -
Per la prima volta la mano parve agitarsi.
- Buono Spirito, - proseguì, sempre prostrato - tu ti commuovi
perché sei buono, tu hai pietà di me. Dimmi, assicurami ch'io posso
ancora, mutando vita, cangiar queste scene che m'hai mostrate! -
La mano tremò di nuovo in atto di conforto.
- Io onorerò sempre Natale nel cuore, io ne serberò il culto tutto
l'anno. Vivrò nel passato, nel presente e nell'avvenire. Mi
parleranno dentro tutti e tre gli Spiriti. Non mi scorderò delle
loro lezioni. Oh, dimmi, dimmi che mi sarà dato cancellare lo
scritto di questa pietra! -
Afferrò, nell'angoscia che lo straziava, la mano dello Spirito.
Questi cercò divincolarsi dalla stretta, ma Scrooge pregava e teneva
forte. Lo Spirito, più forte di lui, lo respinse.
Alzando le mani in una estrema preghiera di veder mutato il suo
fato, notò una trasformazione nella veste e nel cappuccio del
Fantasma. Lo Spirito si strinse in sé, si rannicchiò, si rassodò,
divenne una colonna di letto.
La fine
della storia
Sì! E
quella colonna di letto era la sua. Suo il letto, sua la camera.
Meglio ancora, meglio d'ogni cosa, era suo il tempo che aveva
davanti, suo, per emendarsi!
- Vivrò nel Passato, nel Presente e nel Futuro! - ripetè Scrooge,
sgusciando fuori del letto. - I tre Spiriti mi parleranno dentro. O
Giacobbe Marley! Benedetto sia il cielo e il giorno di Natale! Lo
dico in ginocchio, mio vecchio Giacobbe; in ginocchio! -
Era così acceso, così affollato dalle sue buone intenzioni, che la
voce rotta non rispondeva al pensiero. Nel suo conflitto con lo
Spirito, aveva singhiozzato violentemente e tutta la faccia aveva
bagnata di pianto.
- Non son mica strappate, esclamò Scrooge, abbracciando una delle
cortine del letto, - non son mica strappate con tutti gli anelli.
Eccole qui; eccomi qui: le ombre delle cose avvenire possono essere
scongiurate. E così saranno. Lo so, eh altro che se lo so! -
Si azzuffava intanto coi vestiti, li arrovesciava, se l'infilava
sottosopra, li lacerava, li perdeva, li confondeva in ogni sorta di
stravaganza.
- Non so che fare adesso; - esclamò ridendo e piangendo insieme, e
avvolgendosi nelle calze come un Laocoonte. - Mi sento leggero come
una piuma, felice come un angelo, allegro come uno scolaretto. Sono
balordo come un ubriaco. Un allegro Natale a tutti! Un allegro capo
d'anno al mondo intero! Olà! Eh! Olà! -
Era entrato saltellando nel salotto e se ne stava lì, ritto,
ansante.
- Ecco qua la casseruola con la farina d'orzo! - esclamò
riscuotendosi e girando davanti al caminetto. - Questa è la porta di
dove è entrato lo spirito di Giacobbe Marley! Qui si è messo a
sedere lo Spirito del Natale presente! Da questa finestra ho visto
gli Spiriti vaganti! Tutto è a posto, tutto è vero, tutto è
accaduto. Ah, ah, ah! -
Davvero per un uomo che da tanti anni era fuori esercizio, questa
era una splendida risata, una risata coi fiocchi: il ceppo di tutta
una lunga famiglia di franche risate!
- A quanti ne siamo del mese? - disse Scrooge. - Quanto tempo sono
stato tra gli Spiriti? Non lo so. Non so niente. Sono come un
bambino. Non preme. Non me n'importa. Così lo fossi, bambino! Olà!
Eh! Oolà! -
Fu arrestato nelle sue effusioni dalle campane che mandavano
all'aria i più lieti squilli che avesse mai uditi. Bom, bam, din,
don, dan! Dan, don, din, bom, bam! Oh, che armonia, oh, che gloria!
Corse alla finestra, l'aprì, mise fuori il capo. Niente nebbia:
un'aria limpida, cristallina, gioconda; un freddino salubre,
pungente; un sole d'oro; un cielo di zaffiro; freschetto, non
freddo; e quelle campane, così allegre, così allegre! Oh, bello,
magnifico!
- Che è oggi? - gridò Scrooge ad un ragazzetto che passava con
indosso gli abiti della festa e che forse s'era fermato per
guardarlo.
- Eh? - fece il ragazzo spalancando la bocca dalla maraviglia.
- Che è oggi, bambino mio? - ripetè Scrooge.
- Oggi! - rispose il ragazzo. - È Natale, oggi.
- È Natale! - disse Scrooge a se stesso. - Bravo, sono in tempo. Gli
Spiriti hanno fatto ogni cosa in una notte. Possono fare quel che
vogliono. Si sa. È naturale. Ohe, bambino!
- Ohe! - fece il ragazzo.
- Sai dov'è il pollaiolo, nella via appresso, alla cantonata?
- Sfido io! L'avrei da sapere, - rispose il ragazzo.
- Che ragazzo di talento! - esclamò Scrooge. - Un ragazzo non
comune, perbacco! Sai se ha già venduto quel tacchinaccio che teneva
ieri in mostra sospeso per il collo? Non quello piccolo, no; il
tacchino grosso.
- Quale? Quello grosso come me? - domandò il ragazzo.
- Oh, che amore di un ragazzo - esclamò Scrooge. - È un piacere a
discorrerci. Sì, proprio quello, piccino mio.
- È sempre appeso com'era.
- Sì? Davvero? Ebbene, corri subito a comprarlo.
- Fossi grullo! - ribatté il ragazzo.
- No, no, - disse Scrooge, - parlo sul serio. Corri a comprarlo, e
dì che lo voglio, che gli darò io l'indirizzo dove l'hanno da
portare. Torna con l'uomo tu, che ti darò uno scellino. Torna in
meno di cinque minuti, che ti darò mezza corona! -
Il ragazzo partì come una freccia. Ci voleva una mano ben gagliarda
per scoccare una freccia a quel modo.
- Lo manderò a Bob Cratchit! - borbottò Scrooge, fregandosi le mani
e scoppiando dal ridere. - Non ha da sapere chi glielo manda. È due
volte Tiny Tim. Uno scherzo magnifico, oh, magnifico! -
Non era ferma la mano nello scrivere l'indirizzo, ma bene o male lo
scrisse, e andò giù ad aprir la porta, e per esser pronto all'arrivo
del tacchino. Stando così ad aspettare, fu tratto dal guardare il
picchiotto.
- Gli vorrò bene finché avrò vita! - disse carezzandolo. - Non ci
avevo guardato mai. Che espressione simpatica e onesta! Che bel
picchiotto davvero!... Ecco il tacchino. Olà! Ehi! Come state? Buon
Natale! -
Era un tacchino davvero! Non si poteva reggere sulle gambe, un
uccellaccio come quello lì; le avrebbe spezzate in un minuto come
bastoncelli di ceralacca.
- Perdinci! E' impossibile portare cotesta roba fino a Camden Town, -
disse Scrooge. - Dovete prendere una carrozzella. -
Il riso con cui disse questo, e il riso con cui pagò il tacchino, e
il riso con cui pagò la carrozzella, e il riso con cui diede la mancia
al ragazzo, furono soltanto sorpassati dal riso che lo prese tutto
mentre si lasciava andare senza fiato sul suo seggiolone, e rise, e
rise fino a che scoppiò a piangere.
Non era agevole il radersi, perché la mano gli tremava sempre; e il
radersi richiede un po' di attenzione, anche quando non ballate,
facendovi la barba. Ma se pure si fosse mozzato la punta del naso,
vi avrebbe appiccicato un pezzo di taffettà e sarebbe stato contento
come una pasqua.
Si vestì, col meglio che aveva, e uscì per la via. La gente si
riversava fuori, com'egli l'aveva vista con lo Spirito del Natale
presente. Camminando con le mani dietro, Scrooge guardava a tutti
con un sorriso di soddisfazione. Era così allegro, così
irresistibile nella sua allegria, che tre o quattro capi ameni lo
salutarono: "Buon giorno, signore! Buon Natale!" E Scrooge affermò
spesso in seguito che di tutti i suoni giocondi uditi in vita sua, i
più giocondi, senz'altro, erano stati quelli.
Non era andato lontano, quando si vide venire incontro quel signore
dignitoso che era entrato il giorno prima al banco, domandando: "Scrooge
e Marley, se non erro?" Si sentì una trafittura al cuore, pensando
all'occhiata che quel signore gli avrebbe rivolto; ma subito vide
quel che aveva da fare, e lo fece.
- Mio caro signore, - disse, affrettando il passo e prendendolo per
le mani. - Come state? Spero che abbiate fatto una buona giornata
ieri. Molto gentile da parte vostra. Tanti auguri per il Natale,
signore!
- Il signor Scrooge?
- Sì. È il mio nome. Temo che vi suoni ingrato. Permettete che vi
domandi scusa. E vorreste aver la bontà...
E gli bisbigliò qualche parola all'orecchio.
- Dio misericordioso! - esclamò il signore soffocato dallo stupore.
- Mio caro signor Scrooge, parlate sul serio?
- Ma sì, ma sì. Non un soldo di meno. Ci metto dentro molti
arretrati, capite. Mi farete questo favore?
- Mio caro signore, - rispose l'altro stringendogli forte la mano, -
io non trovo parole per una tale muni...
- Basta, basta, prego! - interruppe Scrooge. - Venite da me: Volete?
- Certamente! - esclamò il vecchio signore con tutta l'effusione
della verità.
- Grazie, - disse Scrooge. - Vi sono obbligato davvero. Mille e
mille grazie. Arrivederci! -
Andò in chiesa, passeggiò per le vie, guardò alla gente che andava
su e giù, carezzò i bambini sul capo, interrogò i mendicanti, spiò
nelle cucine, alzò gli occhi alle finestre, e trovò che ogni cosa
gli poteva far piacere. Non aveva sognato mai che una passeggiata o
altra cosa qualunque gli potesse dare tanta felicità. Verso sera, si
avviò alla casa del nipote.
Passò davanti alla porta una dozzina di volte, prima di sentirsi il
coraggio di salire e bussare. Ma si fece animo e bussò.
- È in casa il padrone, cara? - domandò alla ragazza. Una bella
ragazza, parola d'onore.
- Signor sì.
- Dov'è, carina?
- È in sala da pranzo, signore, con la signora. Venite di qua, se vi
piace, nel salottino.
- Grazie. Mi conosce, - disse Scrooge mettendo la mano sulla
maniglia del tinello. - Entrerò qui, bambina mia. -
Spinse leggermente e s'insinuò col viso per l'uscio socchiuso.
Marito e moglie osservavano la tavola sfarzosamente imbandita,
perché cotesti giovani sposi sono meticolosi in certe materie e
vogliono che tutto vada a capello.
- Fred! - disse Scrooge.
O Signore Iddio, come trasalì la nipote! Scrooge aveva dimenticato
per il momento di averla vista a sedere in un cantuccio coi piedi sullo
sgabello, altrimenti per nulla al mondo l'avrebbe spaventata a quel
modo.
- Oh povero me! - esclamò Fred, - chi è mai?
- Io, son io. Tuo zio Scrooge. Son venuto a pranzo. Mi vuoi, Fred? -
Volerlo! Poco mancò che non gli stroncasse un braccio. In capo a
cinque minuti, Scrooge si trovava come a casa propria. Niente di più
cordiale. E lo stesso la nipote. E lo stesso per Topper, quando
arrivò. E lo stesso per la sorella pienotta, quando fece la sua
entrata. E lo stesso tutti. Che amore d'una brigata, che giochi,
che accordo, che piacere!
Ma il giorno appresso si recò di buon mattino al banco, oh di buon
mattino! Se gli riusciva di arrivarci prima di Bob e di rinfacciare
a Bob il ritardo! Questo voleva fare, questo gli premeva.
E lo fece, sicuro che lo fece! L'orologio suonò le nove. Niente Bob.
Le nove e un quarto. Niente Bob. Era in ritardo di diciotto minuti e
mezzo. Scrooge se ne stava a sedere, con la porta spalancata, per
vederlo a insinuarsi nella sua cisterna.
Prima d'aprir l'usciolo, Bob si era tolto il cappello e il famoso
fazzoletto. In un baleno, si trovò sullo sgabello, e si diede a
scribacchiare in fretta e furia come per riafferrare le nove che
erano passate.
- Ohe! - grugnì Scrooge con la solita sua voce chioccia per quanto
gli riusciva di fingere. - Che vuol dir ciò? A quest'ora si viene in
ufficio?
- Mi dispiace molto, signore, - rispose Bob. - Sono in ritardo.
- Siete in ritardo? - ripeté Scrooge. - Lo vedo che siete in
ritardo. Favorite di qua, vi prego.
- È una volta all'anno, signore, - si scusava Bob, uscendo dalla sua
cisterna. - Non accadrà più. Sono stato un po' in allegria ieri
sera, signore.
- Bravo, adesso ve la do io l'allegria, disse Scrooge. - Non son più
disposto a tollerare, capite. Però - e così dicendo balzava giù
dal suo sgabello e dava a Bob una manata così forte nel panciotto da
farlo indietreggiare barcollando, - Però io vi aumento il salario!
-
Bob tremò e si accostò un po' più alla riga. Ebbe un'idea momentanea
di darla sulla testa a Scrooge; tenerlo saldo; chiamar gente; fargli
mettere la camicia di forza.
- Buon Natale, Bob! - disse Scrooge battendogli sulla spalla con una
cordialità schietta, da non potersi sbagliare. - Un Natale, Bob,
molto più allegro di quanti non ve n'ho augurati per tanti anni,
ragazzo mio. Vi cresco il salario e farò di tutto per assistere la
vostra famiglia laboriosa, e oggi stesso, Bob, oggi stesso
discuteremo i vostri affari davanti a un bel ponce fumante.
Accendete i fuochi e andate subito, mio caro Bob, a comprare
un'altra scatola di carboni, prima di mettere un altro solo punto
sopra un i.
Scrooge fu
anche più largo della sua parola. Fece quanto aveva detto, e
infinitamente di più; e in quanto a Tiny Tim, che non morì niente
affatto, gli fu come un secondo padre. Divenne così buon amico, così
buon padrone, così buon uomo, come se ne davano un tempo nella buona
vecchia città, o in qualunque altra vecchia città, o paesello, o
borgata nel buon mondo di una volta. Risero alcuni di quel
mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva
bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col
muovere il riso in certa gente. Poiché ciechi avevano da essere,
meglio valeva che stringessero gli occhi in una smorfia di ilarità,
anzichè essere attaccati da qualche male meno attraente. Anch'egli,
in fondo al cuore, rideva: e gli bastava questo, e non chiedeva
altro.
Con gli Spiriti non ebbe più da fare; ma se ne rifece con gli
uomini. E di lui fu sempre detto che non c'era uomo al mondo che
sapesse così bene festeggiare il Natale. Così lo stesso si dica di
noi, di tutti noi e di ciascuno! E così, come Tiny Tim diceva: "Dio
ci protegga tutti e ci benedica".
Cantico di Natale - Charles Dickens
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